Sono passati 15 anni, Giovanni, Emma e Max sono tutti insieme, nella Capitale del Sahara. È una giornata di grandi festeggiamenti, Giovanni compie gli anni, ma oltre al suo compleanno festeggiano anche la nascita del terzo figlio di Max, un maschietto, dopo le due bambine.
Con loro ovviamente c’è Amina, la bella moglie sahariana di Max.
Ricordano ridendo le elezioni del 2055, la sorpresa dei governanti nello scoprire prima di aver perso in modo miserevole le elezioni e, dopo, di non avere neanche avuto l’appoggio delle forze dell’ordine per tentare un colpo di Stato. E poi la loro rabbia nell’aver voluto le elezioni simultanee in tutto l’emisfero, cioè l’ennesimo paradosso che si era rivoltato contro di loro, perché se le avesse perse un solo Paese, per primo, gli altri avrebbero potuto prevedere quel che stava succedendo e magari tentare di prevenire il danno.
Ma d’altra parte si possono manipolare tutti per un po’ o qualcuno per sempre ma non tutti per tutto il tempo ed era lampante che razzismo, misoginia, negazionismo, remigrazione avevano fallito. E anche l’odio omofobico, visto che era stato chiaro che gli unici superpapà, non sposati con donne, che avevano ben svolto il ruolo di padri, erano stati i papà omosessuali.
L’avvicendamento era stato del tutto pacifico, sia da parte della rete dei/delle giovani che dell’opposizione. C’era stato solo un unico atto di protesta violenta, collettivo e simultaneo, in tutti i Paesi dell’Occidente: la distruzione simbolica degli impianti nelle fabbriche che producevano le sacche plurivestrong, senza però commettere alcuna violenza verso i proprietari delle fabbriche o i dipendenti e senza neanche danneggiare gli edifici. I proprietari infatti furono invitati a riconvertire impianti e produzione, per realizzare dei beni completamente diversi.
I magnati che avevano appoggiato il Presidente Gialloarancio, o meglio i discendenti dei primi che avevano sostenuto i cloni del secondo, avevano colto subito l’opportunità di investire in programmi importanti per il cambiamento climatico, che stava danneggiando anche i loro interessi. Se lo avrebbero fatto in modo etico, come promesso, si sarebbe visto in futuro.
Podcast di Max, maggio 2070
Ispirandosi a quel che era successo nel terzo mondo, in Occidente si pratica la settimana lavorativa ridotta, la ricerca di benessere non collegata al Pil, un nuovo modo di pensare all’economia basato sulla condivisione, una nuova visione della mobilità urbana ed extraurbana. E soprattutto un nuovo modo di strutturare le città, creando il modello di città foreste, sviluppando l’agricoltura rigenerativa.
Non solo buonsenso ma anche ricerca scientifica: città spugna che assorbono carbonio e immagazzinano le acque piovane per poterle riusare, e poi trasporti urbani efficientissimi per diminuire fino all’80% l’uso di automobili, conversione dei grandi parcheggi in parchi.
Da uno strumento altamente inquinante come le sacche, da una società che si è disinteressata di emissioni inquinati, si spera che potrà nascere, nel lungo termine, una società più sostenibile.
L’aumento della popolazione femminile ha portato, con il nuovo elettorato e con la nuova classe politica a maggioranza femminile dell’Occidente, alla smilitarizzazione della società, ad una maggiore attenzione per il cambiamento climatico e per l’ambiente, ad uno stile di vita che mira più al benessere che al successo. La società è diventata più cooperativa. Ci sono tutti presupposti affinché le emissioni complessive continuino a diminuire.
Le donne hanno ricominciato a svolgere professioni rilevanti anche con ruoli apicali, entrano più rapidamente in università, magistratura, politica, ridefiniscono le leggi su consenso e violenza, riformano la polizia e il sistema giudiziario, rendono obbligatoria l’educazione di genere. Essendo molte di loro cresciute in comunità, a causa delle carenze educative dei superpapà, hanno assorbito di meno la cultura patriarcale e ne hanno sviluppato una più ugualitaria.
La violenza contro le donne, oltre che la violenza in generale, è diminuita moltissimo e quella residuale non è più tollerata (a differenza di ciò che stava cominciando a succedere megli anni Venti), perché è più facile denunciare e le vittime sono meno isolate.
In parallelo i giovani uomini, sapendo di essere minoranza, hanno sviluppato modelli meno aggressivi anche perché l’identità maschile stereotipata ha perso centralità. E vivono meglio, liberi dai costrutti sociali inculcati nella società di stampo patriarcale dei decenni precedenti, sin da bambini.
Stavano finendo di mangiare la torta, quando Max chiamò a gran voce i genitori e la moglie.
«Venite, la conferenza sta per iniziare!»
Si accomodarono davanti al grande schermo collegato alla rete e cominciarono a guardare, con estrema attenzione.
«Ecco Mia» gridò entusiasta Emma, indicando la docente sul palco.
Le file dell’auditorium erano per lo più occupate da ragazze. Non per una scelta simbolica e né perché fosse una facoltà scelta soprattutto da donne: era semplicemente la proporzione naturale delle cose.
La professoressa salutò e proiettò la prima diapositiva.
Nel 2025 il tasso di violenza domestica denunciata era di 38 casi ogni diecimila abitanti. Oggi è di 5. I femminicidi nel 2025 sono stati 97, quest’anno zero. Le aggressioni in ambito universitario sono diminuite del 92%.
Nessuno applaudì. Non era una vittoria, era un dato.
«La domanda», continuò Mia «è: perché?»
Martina alzò la mano.
«Perché ora siamo la maggioranza nei luoghi decisionali. Nelle procure, nei consigli comunali, nelle direzioni ospedaliere. Le regole sono cambiate.»
«Non solo le regole,» intervenne Sara, seduta due file dietro. «È cambiata la percezione del rischio. Prima una donna denunciava e si isolava. Ora denuncia e trova una rete.»
Un ragazzo, uno dei pochi, si sporse leggermente in avanti.
«O forse,» disse con voce controllata, «è cambiata la pressione sociale su di noi.»
Un silenzio breve, ma denso.
Mia annuì. «Spiegati.»
«Siamo cresciuti sapendo di essere minoranza. Non dominante. Non necessaria. Questo cambia il modo in cui ti muovi nel mondo. Ogni gesto pesa di più.»
Non c’era rabbia nella sua voce. Solo consapevolezza.
Sul grafico comparve un’altra curva: denunce nei primi cinque anni dopo l’inizio dei grandi cambiamenti e l’introduzione del graviballo.
«All’inizio,» disse Mia, «la violenza era aumentata.»
Alcune annuirono. Lo ricordavano dai racconti delle sorelle maggiori e delle madri.
«Gruppi identitari maschili. L’orgoglio di poter far nascere, come le donne».
«E poi?» chiese qualcuno.
«Poi la generazione successiva è cresciuta dentro un equilibrio diverso.»
Poi Mia mostrò una nuova diapositiva, con i dati demografici aggiornati:
Fascia 20–25 anni: 72% femmine
Fascia 10-15 anni: 64% femmine
Fascia 0–5 anni: 56% femmine
La conferenza continuò su altri temi ed altri relatrici e relatori.
La società si stava riequilibando, 15 anni dopo la distruzione degli impianti di produzione delle sacche. Le sacche non inquinavano più perché non esistevano più. Gli uomini diventavano normali papà e non superpapà.
La differenza climatica fra le stagioni continuava a diminuire, rispetto alla generazione precedente, in maniera lenta ma costante. Gli inverni non erano più gelidi, le estati non erano più torride. Si cominciava a percepire nuovamente l’alternanza delle stagioni.
Nei supermercati si trovavano di nuovo prodotti freschi di produzione locale. E si poteva di nuovo sentire il profumo del pane.
Nei campus, nei trasporti notturni, nei parchi, la paura delle donne si era rarefatta.
Nei social la misogina era scomparsa.
Mia concluse la conferenza e salutò sia il pubblico presente nell’auditorium sia quello che aveva seguito a distanza, sapendo che tra loro c’era la sua famiglia.
All’uscita, fu raggiunta dal suo compagno, che aveva parlato dei miglioramenti climatici. Un giovane uomo di una qualche parte del mondo, non importa quale, ormai i confini e le nazionalità sono concetti che si sta iniziando a superare.
«Ti ha dato fastidio durante l’adolescenza essere pochi?» chiese lei.
Lui ci pensò. «Non essere pochi. Essere definiti da quello.»
Lei sorrise appena. «Anche noi lo siamo state.»
Si fermarono nel piccolo parco dell’Università.
«Presto saremo di nuovo in equilibrio» disse lui.
Mia guardò l’erba che cresceva di nuovo. «Il sessimo tornerà com’era? E la violenza contro le donne, il razzismo, la smania di potere e ricchezza?»
«Non lo so.»
Lei sospirò. «Nemmeno io».
L’aria era dolce e tiepida.
Il mondo era più stabile. Poi il futuro chissà cosa avrebbe portato, lei la sua parte l’aveva fatta e avrebbe continuato a farla.
Qualche giorno dopo Mia si recò, con Anna e Nina, al Museo della Tecnologia, dove era esposta la sacca. Non la borsa in tela che sembrava uno zaino ma la sacca vera e propria, in materiale pluriveristrong, quella che era dentro lo zaino ma non si vedeva.
Era dietro un vetro antiproiettile, illuminata da una luce fredda.
Affianco, una targhetta metallica: Unità gestazionale artificiale, modello del 2040.
Mia appoggiò solo il palmo sul vetro, Nina ed Anna la imitarono, in silenzio.
Le ragazze non guardavano l’oggetto.
Guardavano il proprio riflesso.
Dentro quella plastica c’era stato il loro inizio.
Fuori da quella plastica c’era il loro futuro.
Mia ed Anna non riuscivano ad odiare quell’oggetto, che aveva permesso loro di nascere ma erano contente che ormai fosse solo un reperto da museo.
La fotografarono. Erano contente che fosse ormai solo un reperto, ma un giorno ne avrebbero parlato alle loro figlie e ai loro figli.
E poi, chissà, da tutto quel male sarebbe venuto fuori qualcosa di buono.
FINE

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