Firma del padre o di chi ne fa le veci

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Firma del padre o di chi ne fa le veci. Questa espressione la lessi sulla mia prima pagella, frequentavo la prima elementare e avevo appena imparato a leggere e a scrivere. Era il dicembre 1968. Immediatamente, essendo una bambina curiosa, dopo aver letto con gioia i bei voti che avevo ricevuto, chiesi ai miei genitori cosa volesse dire. Per la verità, ricordo che lo chiesi a mia madre perché lei aveva ritirato la mia pagella, mentre papà era al lavoro. Mia madre mi spiegò che il papà era il capo famiglia e lei avrebbe potuto firmare la mia pagella solo in sostituzione di mio padre. Questo era il significato di fare le veci. Da allora in poi, mia madre firmò tutte le mie pagelle, non so se perché fosse lei che maggiormente seguiva il mio impegno scolastico o se perché fosse un suo piccolo atto di rivolta.

Presi dunque coscienza del fatto che il papà fosse più importante della mamma, cosa che mi parve alquanto strana perché mi pareva che mio padre e mia madre avessero un ruolo paritario.

Era, appunto, il 1968, la rivoluzione femminista doveva ancora scoppiare o meglio, stava per scoppiare e io, inconsapevolmente, sentii che stava nascendo in me il primo germe di quello che oggi chiamo femminismo.

Col tempo ho scoperto tante altre espressioni, che oggi sono scomparse.

Ius corrigendi significava che i tribunali giustificavano le percosse e i maltrattamenti moderati del marito verso la moglie come legittimo esercizio del potere correttivo del capo della famiglia. Solo con una storica sentenza del 1956 la Corte di Cassazione ha negato lo ius corrigendi, stabilendo che violenza e vessazione fisica non possono essere mai giustificati come strumenti disciplinari all’interno del matrimonio.

A causa di onore era la motivazione che concedeva un fortissimo sconto di pena all’uomo che uccideva la moglie o la figlia o la sorella per difendere l’onore della famiglia, rimasta in vigore fino al 1981. 

Matrimonio riparatore era l’espressione che stabiliva che se un uomo violentava una donna, anche minorenne, il reato si estingueva se l’uomo accettava di sposare la donna che quindi diventava una proprietà riparata dal matrimonio. Anche questa espressione è rimasta in vigore fino al 1981.

Contro la morale pubblica e il buon costume indicava che lo stupro e la violenza sessuale non erano considerati crimini contro la persona, ovvero la donna che li subiva, bensì contro la morale comune della società. Questa espressione è scomparsa nel 1996.

La sposa dichiara di non esercitare mestieri, era una espressione usata nei moduli di pubblicazione di matrimonio fino agli anni 60, infatti le donne che lavoravano saltuariamente o aiutavano in attività familiari venivano registrate d’ufficio senza professione.

Clausola di nubilato era la frase inserita nei contratti di assunzione di molte grandi aziende quali banche o fabbriche fino al 1963, che stabiliva che l’assunzione era valida solo finché la lavoratrice rimaneva nubile. Matrimonio voleva dire licenziamento immediato. (Oggi però sussiste la pratica illegale delle dimissioni in bianco).

Autorizzazione maritale per passaporto voleva dire che, fino al 1967, una donna sposata non poteva ottenere il passaporto o espatriare senza il consenso firmato dal marito.

Beni dotali / costituzione di dote era la formula contrattuale con cui i beni della donna passavano sotto l’amministrazione esclusiva del marito al momento del matrimonio.

Residenza della famiglia determinata dal capo voleva dire che la moglie era obbligata per legge a seguire il marito ovunque lui decidesse di trasferirsi. Entrambe queste ultime formule sono rimaste in vigore fino al 1976, quando è stato approvato il nuovo diritto di famiglia.

Nel secolo scorso il bersaglio era chiaro, scritto nero su bianco nei codici. Il nemico era una legge discriminatoria (come il delitto d’onore o il matrimonio riparatore). Cambiata la legge, la vittoria era tangibile e misurabile.

Oggi le discriminazioni non sono più scritte nei testi di legge, che anzi garantiscono la parità. Il sessismo e la misoginia si sono spostati nelle consuetudini sociali, nei pregiudizi inconsci, negli insulti reali, nei soffitti di cristallo e nelle dinamiche di potere quotidiane. È molto più difficile combattere un nemico invisibile e culturale rispetto a uno codificato dallo Stato.

Ogni volta che un gruppo tradizionalmente subordinato ottiene potere ed emancipazione reale (come le donne negli ultimi decenni), si verifica una reazione uguale e contraria da parte di settori della società che si sentono minacciati. La misoginia moderna è una reazione di backlash: l’indipendenza economica e sociale delle donne scardina i vecchi ruoli maschili, generando frustrazione che talvolta sfocia in risentimento, discriminazioni sul lavoro (il gender pay gap o le domande sui figli ai colloqui) o, nei casi peggiori, in violenza fisica.

Nel ’75 bastava riscrivere l’articolo 144 del Codice Civile per cancellare la dicitura del capofamiglia. Oggi, per eliminare il sessismo, bisogna rieducare una società, cambiare il linguaggio quotidiano e scardinare millenni di cultura patriarcale introiettata. È una sfida psicologica e culturale, non più puramente legislativa o burocratica.

Se il sessismo oggi è diventato culturale, l’unico modo per combatterlo è agire sui codici culturali, a partire proprio dalle parole, ovunque queste siano pronunciate.

In questa prospettiva, l’approccio che oggi viene etichettato come woke (in modo dispregiativo dagli oppositori) eredita in realtà lo stesso principio delle battaglie degli anni ’70: la consapevolezza che la lingua non si limita a descrivere la realtà, ma la pianta nella mente delle persone.

Ieri, dire “Firma del padre o di chi ne fa le veci” o “Il marito è il capo della famiglia” normalizzava l’idea che la donna fosse un soggetto giuridicamente nullo. Cancellarle ha permesso di pensare alla donna come cittadina autonoma.

Oggi, invece, dare peso alle parole (evitando termini degradanti, usando i femminili professionali come sindaca o avvocata, o superando formule obsolete) serve a scardinare i pregiudizi inconsci. Se una bambina non sente mai declinare al femminile certi ruoli di potere, farà più fatica a immaginarsi in quei ruoli, allo stesso modo in cui io bambina mi sentivo mortificata dalla formula per la quale mia madre era una che faceva le veci di mio padre.

Il termine woke nasce originariamente nella cultura afroamericana con il significato letterale di “stare svegli” di fronte alle ingiustizie e alle discriminazioni strutturali. Ha una valenza fortemente positiva: invita a non dare per scontato il linguaggio quotidiano, svelando come dietro a certe espressioni apparentemente innocue si nascondano secoli di asimmetria di potere e patriarcato.

Oggi, poiché le leggi sono già uguali, l’attenzione si sposta sul linguaggio. Chi fatica ad accettare questa evoluzione spesso non ne comprende la necessità profonda, percependola come un eccesso di zelo o una forzatura della grammatica, anziché come un atto di rispetto e civiltà.

Invece, dare peso alle parole è il primo e più potente strumento per cambiare la cultura. Proprio come un tempo fu necessario eliminare i “beni dotali” e il “capofamiglia” dai documenti per fare un passo avanti nella civiltà, oggi la riflessione sul linguaggio contemporaneo prova a fare lo stesso lavoro laddove il sessismo è rimasto radicato, cioè nella nostra testa.

Oggi il nostro linguaggio è pieno di doppi standard linguistici (Asimmetria semantica)

“È un uomo con le palle” contro “È una donna con le palle”: Per lodare la determinazione o l’autorità di una donna si ricorre comunque a una metafora anatomica maschile, come se la competenza o la forza non potessero essere qualità intrinsecamente femminili.

“Un uomo autorevole” contro “Una donna acida / isterica”: Sul posto di lavoro, un atteggiamento fermo da parte di un uomo viene percepito come leadership. La stessa fermezza da parte di una donna viene spesso liquidata attribuendole un’instabilità emotiva o ormonale.

“Uomo vissuto” contro “Donna di facili costumi” (e relativi insulti degradanti): Un ricco vissuto relazionale o sessuale accresce socialmente lo status dell’uomo, mentre danneggia e stigmatizza quello della donna.

Il linguaggio è pieno anche di espressioni gergali o proverbi tradizionali che riducono la figura femminile a ruoli subalterni, incapaci o legati unicamente alla sfera domestica: 

“Non fare la femminuccia”: Espressione rivolta comunemente ai bambini maschi per invitarli a non piangere o a non mostrare paura. Il messaggio implicito è che la fragilità, la debolezza e l’emotività siano tratti tipicamente ed esclusivamente femminili.

“Donna al volante, pericolo costante”: Uno dei proverbi più abusati che, sotto forma di ironia spicciola, convalida l’idea di una presunta e innata incompetenza tecnica o spaziale delle donne.

“Auguri e figli maschi”: Formula augurale tradizionale ancora usata nei matrimoni. Affonda le radici nella necessità storica di avere eredi maschi per la trasmissione del patrimonio e del cognome, svalutando la nascita di una figlia.

E poi c’è la narrazione mediatica e l’infantilizzazione: nei media, nei talk show o nella cronaca quotidiana emergono schemi linguistici costanti che sminuiscono lo status professionale delle donne ad esempio l’uso del nome proprio: mentre gli uomini pubblici vengono quasi sempre chiamati per cognome, le donne vengono frequentemente appellate solo con il nome di battesimo, una dinamica di familiarità forzata che ne riduce l’autorevolezza istituzionale.

Il focus sull’aspetto fisico o familiare: nel descrivere i successi di scienziate, sportive o politiche, i titoli dei giornali tendono a sottolineare se siano madri, l’abbigliamento scelto o l’età, l’essere mogli di, dettagli che raramente aprono la descrizione della carriera di un uomo.

E potremmo continuare con il linguaggio giornalistico che racconta violenze e femminicidi: anche se non leggiamo più che il femminicidio è stato un delitto d’onore, troviamo comunque riferimenti al fatto che il femminicida abbia agito per gelosia o perché era stato tradito o altre assurde motivazioni.

Dare peso a questi dettagli serve a comprendere che il sessismo odierno non ha bisogno di leggi discriminanti per esistere; gli basta l’abitudine e la disattenzione con cui usiamo le parole tutti i giorni. 

Dunque cambiare le parole è importante tanto quanto lo è stato cambiare le espressioni giuridiche. E no, non è politically correct, non è woke (in senso negativo) come non è gender, è solo rispetto, è solo pratica di uguaglianza sostanziale. Così come non è cancel culture riflettere su tutto quanto, sia prima che dopo i cambiamenti legislativi di cui abbiamo parlato, ha condizionato il pensiero rendendolo misogino e sessista. Avremo raggiunto l’obiettivo quando le parole saranno usate nello stesso modo per uomini e donne e, quando succederà, vorrà dire che avremo raggiunto anche l’obiettivo di pensare agli uomini e alle donne, nello stesso modo.

Una risposta a “Firma del padre o di chi ne fa le veci”

  1. Avatar
    Anonimo

    I cambiamenti, qualsiasi essi siano, necessariamente passano anche attraverso le parole. Da quando ho consapevolezza di ciò… sempre sul piede di guerra.!

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