C’è un discorso che ritorna quando si parla del rapporto tra destra radicale e donne: come si può sostenere che questi partiti siano ostili alle donne se alcuni dei loro volti più importanti sono di donne?
In Europa è difficile non pensare a Giorgia Meloni, Marine Le Pen e Alice Weidel. Tre donne che occupano, seppure in forme e con ruoli diversi, posizioni di primo piano nella destra radicale europea.
Se una donna può arrivare al vertice di un partito di destra radicale, non significa forse che quella destra non sia poi così lontana dall’emancipazione femminile?
No, se tale conquista non viene più considerata una conquista collettiva, ma diventa semplicemente una possibilità individuale concessa a chi è abbastanza forte. Se tale presenza femminile non provoca effetti positivi per le donne si limita a produrre un capitale politico e simbolico di cui il partito può beneficiare perché, quella presenza, rende più presentabile un ambiente tradizionalmente maschile, diventando una prova vivente contro l’accusa di sessismo. Basta vedere quello che è successo con la riforma elettorale voluta da una donna: non esiste più per i capi lista l’obbligo di rispettare il rapporto di 60 a 40 tra i due generi e ciò significa che potrebbero essere tutti uomini, insomma si butta via la conquista, frutto di tante battaglie, per garantire la rappresentanza delle donne in parlamento. Tra l’altro raccontano di aver introdotto le preferenze ma le preferenze varranno solo dal secondo posto in lista in poi e non per i capi lista, che risulteranno comunque scelti dai partiti.
Per molto tempo il femminismo è stato un movimento che chiedeva di cambiare le strutture: i rapporti di potere tra uomini e donne, la divisione del lavoro, la sessualità, la famiglia, la rappresentazione dei corpi, i diritti riproduttivi, l’accesso all’istruzione e al lavoro.
Poi qualcosa è cambiato, non perché tutte quelle battaglie fossero state vinte ma perché il femminismo ha cominciato a essere rielaborato in una forma diversa. Mi spingerei a dire che è stato cannibalizzato, cominciando con il rappresentare le donne come libere di scegliere chi essere, come apparire, come vivere la propria sessualità, quale carriera intraprendere. Ma è tutto diventato una questione individuale, senza più il bisogno di interrogarsi sulle strutture che producono le disuguaglianze. Se le donne sono libere di scegliere, allora sono responsabili della loro scelta. E se non raggiungono il successo, non è più necessario chiedersi quali ostacoli sociali, economici o culturali abbiano incontrato: forse non sono state abbastanza determinate.
Il femminismo è stato riconosciuto, incorporato e contemporaneamente dichiarato superato. Si possono accettare alcune delle sue conquiste e, proprio attraverso questa accettazione, suggerire che il femminismo non serva più. Giorgia Meloni, che, quando diventa presidente del Consiglio, dichiara che ha abbattuto il soffitto di cristallo, sta cannibalizzando il femminismo.
Una donna può conquistare una posizione di enorme potere in un ambiente tradizionalmente dominato dagli uomini, ma il fatto che una donna riesca a superare una barriera non significa che quella barriera sia scomparsa e soprattutto non significa che la politica, che quella donna rappresenta, abbia come obiettivo quello di abbattere le barriere per tutte le altre.
Il caso di Alice Weidel rende questa contraddizione particolarmente evidente perché Weidel è una donna lesbica, vive con la sua compagna extracomunitaria e ha una famiglia che non corrisponde al modello tradizionale di famiglia eterosessuale che la destra radicale tedesca difende ed eppure è una delle figure di vertice dell’AfD. E ne fa motivo di orgoglio. Siamo davanti a una persona la cui biografia contiene alcune delle conquiste che i movimenti antirazzisti, femministi e LGBT hanno contribuito a rendere possibili, mentre il partito che rappresenta mantiene posizioni decisamente conservatrici sul genere, sulla famiglia e sui diritti LGBT, e anche sull’integrazione etnica.
Una donna, come Meloni, madre cristiana ma single, può essere libera nella propria vita privata senza che quella libertà diventi necessariamente un progetto politico. Elly Schlein che balla al gay pride è ovviamente l’esempio opposto.
Ma il femminismo ha posto una domanda diversa: quali condizioni permettono a tutte le donne di essere libere? Non soltanto alle donne che riescono a raggiungere il vertice, non soltanto alle donne che sono riuscite a trasformare una possibilità formale in una possibilità reale. Facile fare la madre che porta con sè la figlia, conciliando maternità e carriera, se hai i mezzi di una Presidente del Consiglio.
Il femminismo non nasce per creare qualche donna in grado di sopravvivere alle regole del sistema ma per cambiare quelle regole.
D’altra parte la destra non ha bisogno di cancellare tutte le conquiste del femminismo per essere profondamente conservatrice ma può accettarne alcune: può accettare la donna che lavora, purché il lavoro non metta in discussione una certa idea della famiglia, può accettare la donna forte, purché la forza rimanga una caratteristica individuale e non diventi solidarietà politica tra donne, può accettare una donna al potere, purché la sua presenza non significhi necessariamente una trasformazione dei rapporti di potere, può perfino utilizzare alcune conquiste del femminismo per costruire una nuova narrazione politica. Ma, ad esempio, non accetta il concetto di consenso, per prevenire la violenza sessuale.
E torniamo alla cannibalizzazione del femminismo: alcune conquiste vengono assorbite, trasformate, private della loro storia politica e restituite come se fossero il semplice risultato della libertà individuale.
Una conquista collettiva racconta una storia fatta di conflitti, movimenti, proteste, associazioni, scioperi, donne che hanno rischiato, perso il lavoro, subito violenze, scritto leggi, occupato piazze. Se una donna oggi può studiare, lavorare, divorziare, scegliere se avere figli, vivere una relazione con un’altra donna, candidarsi a una carica politica, non è semplicemente perché “oggi siamo più libere”, ma perché generazioni di donne hanno trasformato ciò che sembrava impossibile in un diritto. Quella storia non dovrebbe essere cancellata proprio nel momento in cui le sue conquiste vengono utilizzate come prova che il femminismo non serve più.
Dunque non dovremmo chiederci soltanto quante donne siedano nelle stanze del potere ma che cosa cambia, per le altre donne, quando una donna vi entra. Quali diritti vengono difesi? Quali disuguaglianze vengono affrontate? Quale idea della maternità viene sostenuta? Quale idea della famiglia? Quale idea del corpo femminile? Quale idea della libertà?
Perché una donna al potere può essere un segnale di emancipazione ma può anche essere utilizzata come (falsa) prova che l’emancipazione è già stata raggiunta.

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