Capitolo 9 – Giugno 2055 Si avvicina la fine dei paradossi

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Continua dal capitolo 8

Mentre la rete giovanile cresceva e si strutturava, mentre i Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, espressione che ormai indicava nazioni evolute, in forte crescita economica e tecnologica, cominciavano a esercitare la loro influenza anche nell’emisfero boreale, accadeva qualcosa che pochi avevano previsto.

Le ONG nate nel Sud portavano assistenza sanitaria e cibo nelle aree più depresse del pianeta: quelle dell’estremo Nord, nei Paesi occidentali. Era un ribaltamento silenzioso ma evidente.

E, parallelamente alla grande rete giovanile, nei Paesi dell’Occidente stava emergendo un’altra novità. Prima quasi nell’ombra, poi lentamente alla luce, prendeva forma una nuova classe politica. Ancora fragile, ancora minoritaria, ma abbastanza strutturata da lasciare intravedere una possibilità concreta: vincere.

Intanto, le elezioni si svolgevano regolarmente. Con urne. Con schede. Con osservatori. Ma con un risultato sostanzialmente scontato. Il paradosso più grande era proprio quello: si manteneva una parvenza di democrazia di cui tutti i governi occidentali continuavano ad ammantarsi con ostinazione. Formalmente c’erano partiti d’opposizione. Formalmente le leggi venivano votate in Parlamento. Formalmente esisteva un organo di autogoverno della magistratura indipendente, salvo che i suoi membri venivano sorteggiati da una rosa scelta dal Consiglio dei ministri, dopo la riforma del 2030 (successiva a quella fallita nel 2026) ulteriormente irrigidita due anni dopo. I partiti di Governo, nel frattempo, erano passati dalla maggioranza semplice ai due terzi dei seggi. Potevano modificare la Costituzione a piacimento.

Democrazia? Difficile dire che non lo fosse.

Impossibile però anche dire che lo fosse davvero. Negli ultimi trent’anni il ricambio della classe politica era stato inevitabile, per ragioni anagrafiche. Ma i nuovi ingressi nei partiti di maggioranza non venivano selezionati per capacità. Né per competenza. Né per esperienza. Venivano scelti per fedeltà.

Fedeltà assoluta alla capa del partito, Presidente del Consiglio da trentatré anni.

In realtà anche decenni prima deputati e senatori erano stati selezionati più per adesione ideologica che per competenza, ma almeno un minimo di abilità comunicativa era richiesta. Col tempo, anche quel criterio era stato abbandonato.

Non serviva conoscere la Costituzione. Non serviva saper governare. Serviva applaudire.

Erano riempitivi del Parlamento. Figure intercambiabili. Fantocci esaltati, scelti per il livello di obbedienza.

E paradossalmente erano talmente incapaci da non saper nemmeno sostituire quei pochi che, in passato, avevano almeno saputo manipolare con abilità l’opinione pubblica. Non sapevano governare bene, ma nemmeno mantenere il consenso.

Fenomeni analoghi si osservavano in quasi tutti i Paesi occidentali.

E tuttavia, pur nella loro ignoranza e nell’assenza di pensiero critico, molti di loro avevano iniziato a intuire qualcosa. A cominciare dalla quasi ottuagenaria Presidente del Consiglio. Avevano ottenuto l’esatto contrario di ciò che si erano prefissi. Il razzismo, la remigrazione, la misoginia si erano ritorti contro di loro.

Ignorare il cambiamento climatico, aggravato dalla produzione industriale delle sacche, aveva accelerato il disastro.

I Paesi destinatari delle remigrazioni erano diventati ricchi, potenti e, cosa ancora più intollerabile, democratici.

E il graviballo?

Aveva mostrato l’incapacità diffusa degli uomini di cavarsela da soli come padri e, al contrario, la straordinaria resilienza delle donne nel conciliare figli, casa e lavoro. Come avevano sempre fatto.

Inoltre, il graviballo aveva alterato in modo sproporzionato il rapporto tra maschi e femmine nella popolazione, senza nemmeno risolvere il problema della natalità. La crisi economica, aggravata da quella climatica, rendeva sempre meno sostenibile qualsiasi progetto familiare.

Per anni avevano incolpato l’opposizione.

Come nella favola di Esopo del lupo e dell’agnello. Il lupo, a monte del torrente, accusava l’agnello, a valle, di sporcare l’acqua che stava bevendo.

E la gente, incredibilmente, aveva creduto al lupo. Ma c’è un limite e quel limite si avvicinava. Il fondo evocato tante volte da Giovanni stava per essere toccato.

L’opposizione, nel frattempo, cresceva. Il ricambio generazionale l’aveva rinvigorita. I giovani e le giovani avevano portato entusiasmo, competenze, metodo.

La rete giovanile, sostenuta anche dai governi del Sud, si espandeva con rapidità. I ragazzi nati in Occidente e quelli migrati o remigrati collaboravano senza più barriere ideologiche. Avevano un obiettivo comune: ricostruire.

E, soprattutto, grazie ai programmi scientifici elaborati nelle università del Sahara, del Burundi, della Somalia, del Sudan e del Congo, avevano una strategia concreta per contrastare il cambiamento climatico. Non slogan ma piani operativi.

Le telefonate tra Mia e Max erano quotidiane.

«Mia, non vedo l’ora di farti vedere questa terra. Non è il deserto che ci raccontavano. È verde. È viva. I campi di grano sembrano quelli di cui parlava nonna Michela.»

«Ti sento innamorato, Max.»

«Del posto?»

«Non solo.»

Max rise, poi abbassò lo sguardo. «Si chiama Amira.»

«Ah! Finalmente un nome.»

«È brillante. Lavora su un progetto di riforestazione. Mi ha insegnato più lei in tre mesi che l’università in tre anni.»

«La voglio conoscere.»

«La conoscerai. Facciamo una chiamata a tre. E voglio presentarla a mamma e papà.» 

Mia rimase in silenzio qualche secondo.

«Qui invece i maschi della mia età sono pochi. E parecchio spaesati.»

«Non dirmi che non ti piace nessuno.»

«Non ho tempo. E poi…» fece una pausa, «sono proprio pochi!»

«E la sorpresa di cui mi avevi parlato prima?»

«Ah sì. Ci sono qui Nina e Anna.»

Nina era la figlia della zia Lucia che, fortunatamente, era riuscita a scampare all’aborto obbligatorio, avendo superato le 12 settimane quando era stata approvata la terribile legge. Lei e Mia erano legatissime, sia come amiche che come narratrici di diritti. Nina non era brava come lei a fare discorsi, ad infiammare gli animi, ma aveva una straordinaria capacità nello scrivere articoli che tiravano le conclusioni dei loro incontri.

Nina apparve nello schermo con un sorriso deciso.

«Max, anch’io voglio conoscere Amira.»

Max rise. «Come va con gli articoli?»

«Stiamo preparando un dossier sulle scuole. Facciamo parlare i numeri.»

«È questo che serve» disse Max serio. «Dati, non rabbia.»

Intervenne Anna, energica come sempre: «Io invece sto coordinando le ragazze delle comunità. Hanno meno libertà di movimento, ma con la rete satellitare messa a disposizione dall’Università del Congo sono collegate meglio di noi.»

«Avete idea di cosa state facendo?» chiese Max improvvisamente.

«Sì» rispose Mia.

«E?»

«Stiamo rendendo normale quello che loro chiamano sovversivo.»

Silenzio. Poi Max sorrise. «Allora siamo sulla strada giusta.»

Mentre le giovani, soprattutto le giovani, costruivano, l’opposizione si rafforzava nell’ombra. Non provocava, non anticipava, ma aspettava.

La maggioranza, lentamente, perdeva consenso senza accorgersene.

La determinazione dei figli e delle figlie si trasmetteva ai genitori e ai nonni. Come un risveglio graduale da un incubo.

Persino i cloni del Presidente Gialloarancio apparivano sempre più sbiaditi. Caricature di un potere stanco.

Qualche anno prima, i governi occidentali avevano preso una decisione destinata a ritorcersi contro di loro: unificare la data delle elezioni in tutti i Paesi dell’Occidente.

Una celebrazione collettiva dell’Ordine, una festa sincronizzata della vittoria annunciata.

Quell’anno le elezioni si sarebbero svolte in autunno.

Lo chiamavano ancora autunno, ma era solo il passaggio tra l’estate soffocante e l’inverno rigido. Il cambio di stagione restava l’unico momento in cui la popolazione respirava. Era per questo che si votava in quel periodo.

Ma quell’anno qualcosa era diverso. Per la prima volta, non era affatto scontato chi avrebbe festeggiato.

E, cosa ancora più pericolosa, qualcuno al potere aveva iniziato ad accorgersene.

Continua con il Capitolo 10

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