Quando l’estate finiva a maggio
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Mia cresceva forte e sana. Era una bambina tranquilla, e Giovanni riuscì a riprendere quasi subito il lavoro. Anche quello, però, era cambiato.
Un tempo si occupava di giornalismo d’inchiesta. Col passare degli anni, tra pressioni, ostacoli e silenzi sempre più evidenti, aveva spostato il suo lavoro verso la divulgazione scientifica: podcast neutri, rassicuranti, in linea con l’informazione ufficiale. Parlare di politica, di crisi economiche, di diritti cancellati non interessava più a nessuno. O meglio: interessava sempre meno.
Più le difficoltà aumentavano, più cresceva una sorta di rimozione collettiva. C’era un Governo che provvedeva, una Presidente del Consiglio che lavorava per il bene del Paese: perché farsi il sangue amaro ascoltando inchieste drammatiche? Meglio storie leggere, documentari sulla natura, biografie edificanti, amori e avventure.
«La gente vuole dormire tranquilla,» aveva detto una volta Emma.
Giovanni non aveva risposto. Aveva cambiato argomento.
Diventare papà, e poi superpapà, lo aveva avvicinato alla letteratura per l’infanzia. Aveva iniziato a raccontare nei podcast le storie inventate per Max, mondi fantastici e ricordi della sua infanzia, di quando la vita sembrava più semplice. Ora quelle storie erano pronte anche per Mia.
Mia non andò all’asilo nido. Giovanni riusciva a conciliare lavoro e cura della bambina, ed Emma lo aiutava molto nei giorni liberi, cercando di proteggergli spazi di concentrazione.
Qualche mese dopo la nascita di Mia, una sera, stavano guardando il telegov.
All’inizio lo avevano chiamato così per scherzo: telegiornale governativo. Poi il nome si era accorciato di nuovo in tg, come se il significato della g non avesse più importanza. Del resto, le notizie erano ormai tutte filogovernative o accuratamente revisionate. La resistenza iniziale era stata forte, ma breve. Poi era arrivata l’assuefazione.
«Sembra tutto normale,» disse Giovanni.
«È questo il problema,» rispose Emma.
Ufficialmente la libertà di parola non era mai stata abolita. In pratica era diventata inutile. L’informazione dominante era troppo forte, amplificata da fake news e manipolazioni, in una popolazione sempre più disabituata al pensiero critico. Già a metà degli anni Venti, nelle nuove Linee Guida per la scuola, si era stabilito, con parole eleganti, che non fosse prioritario sviluppare il pensiero critico, ma trasmettere nozioni.
«Nozioni senza domande,» commentò Emma, a bassa voce.
Anche la censura era sottile. Non divieti espliciti, ma abbassamento progressivo del livello. Comicità volgare, conduttori incompetenti, linguaggio semplificato fino all’idiozia. A forza di sentirlo, quello diventava il nuovo standard.
In studio, il conduttore, uomo, prese una velina cartacea dalle mani di una velina in carne e ossa, giovane, sorridente, seminuda.
«Ti ricordi,» disse Emma, «quando le chiamavano veline per prenderle in giro?»
«Sì,» rispose Giovanni. «E invece…»
Il conduttore iniziò a leggere.
La Ministra per l’Aumento della Natalità Nazionale esprime grande soddisfazione per l’approvazione della legge che introduce l’obbligo di analisi del DNA fetale da sangue venoso materno alla decima settimana di gravidanza. In caso di embrione femminile, sarà obbligatoria l’interruzione della gravidanza, al fine di evitare squilibri demografici tra maschi e femmine.
Il silenzio cadde nella stanza.
Giovanni scoppiò a piangere.
Emma lo abbracciò. Anche lei stava piangendo.
«È la stessa ministra,» riuscì a dire Emma, «quella che diceva che l’aborto non è un diritto.»
Giovanni annuì, con la voce rotta. «E infatti ora lo ha reso un dovere.»
I cellulari iniziarono a vibrare: messaggi di amici, parenti, rabbia condivisa. Uno era di Lucia, la sorella di Emma. Era incinta, finalmente, dopo anni. Si chiedeva se, avendo superato da poco le dodici settimane, la sua gravidanza fosse salva.
Quella notte non dormirono.
E non per colpa di Mia, che sembrava assorbire la loro ansia restando insolitamente silenziosa.
Pareva assurdo che all’inizio dei cambiamenti degli ultimi dieci anni ci fosse stato proprio l’attacco al diritto di abortire e che ora, gli stessi governanti che lo avevano vietato, lo imponessero per legge per riproporzionare il sesso dei nascituri e delle nasciture!
Giovanni non smetteva di parlare, continuava a muoversi per la stanza, avanti e indietro, con Mia in braccio, ripetendo frasi già dette, numeri, articoli di legge. Emma lo ascoltava solo a metà.
Poi posò Mia, addormentata, nella culla e andò in cucina a prepararsi una camomilla.
Emma rimase seduta sul letto. Aveva lo sguardo fisso sulla finestra.
Non era la prima volta che veniva promulgata una legge violenta. Non era la prima volta che provava rabbia. Ma quella volta c’era qualcosa di diverso: una sensazione fisica, sorda, come un peso sullo stomaco.
Pensò a Lucia.
Pensò a se stessa, a quando aspettava Max, alle notti in cui temeva di perdere il lavoro, ai commenti ricevuti, agli sguardi. Pensò a tutte le volte in cui aveva sentito dire che il corpo delle donne era un problema da gestire.
Si alzò lentamente. Si avvicinò alla culla. Mia dormiva, con il viso rilassato, ignara.
La mattina dopo, Emma si preparava ad uscire prima del solito, dopo aver fatto una rapidissima colazione con Max.
«Voglio capire che aria tira davanti alla scuola di Max,» disse. Quasi trascinò via il bambino, che si stava attardando a fare delle coccole alla sorellina, ma non prima di aver dato un bacio a Mia ed uno a Giovanni. Per strada strinse la mano del bambino più forte del solito.
Il freddo pungente le fece pensare alle mezze stagioni, a quando da ragazza sentiva dire che non esistevano più. Ora davvero non esistevano.
Doveva essere bella la primavera, ma ne aveva solo un vago ricordo, ora davvero non c’erano più le mezze stagioni, l’inverno durava fino all’inizio di maggio e poi, all’improvviso, cominciava l’estate, torrida, afosa, lunghissima. Ora il cambiamento climatico, che per anni era stato da tanti negato, anche se da molti evidenziato, era una realtà. Avvolse ancora di più la sciarpa intorno al collo di Max e si apprestò a passo svelto verso la scuola.
Davanti alla scuola, le voci degli altri genitori si accavallavano: indignazione, paura, ipotesi.
«Non possono farlo davvero.»
«Vedrai che cambierà tutto.»
«È solo per un po’.»
Emma ascoltava. Annuiva.
Dentro, però, qualcosa si stava chiudendo.
Non che non vi fossero tante altre notizie terribili tutti i giorni, a cominciare proprio dalla sempre maggiore sparizione di tanti prodotti freschi dai supermercati, soprattutto frutta e verdura, sempre più introvabile e cara perché lo sconvolgimento climatico rendeva quasi impossibile le attività agricole.
Quei dieci minuti di condivisione della rabbia le fecero bene, perlomeno sul momento.
Si recò, poi, a prendere l’autobus, in quello che una volta si chiamava Viale della Costituzione ed ora Viale del Presidente Gialloarancio, pensando a sua madre, e all’impegno dell’Associazione di cui faceva parte, per dedicare strade alle donne. Altri tempi!
Sull’autobus, per andare al lavoro, guardò i volti intorno a sé: stanchi, distratti, già pronti a lasciarsi cullare da una nuova normalità. Si disse che non doveva illudersi: sul momento, ad ogni terribile novità, la gente pareva essere scossa, pareva essere disposta a ribellarsi, ma poi bastava che al supermercato arrivasse un carico di banane o di arance dai Paesi del Terzo mondo perché tutti si acquietassero.
Pensò che bastava poco per rasserenare gli animi, soprattutto manipolando l’informazione anche perché, già da tempo, la gente si era disabituata a leggere i giornali, limitandosi al massimo a leggere i titoli, finché i giornali avevano quasi smesso di esistere. Bastava far credere ad un aumento delle pensioni o degli stipendi (magari di un euro al mese, ma l’importo era scritto all’interno dell’articolo!), ad una diminuizione del prezzo della verdura (senza specificare però che si era scoperto come migliorarne la produzione aumentando i trattamenti chimici per renderla resistente alle gelate di quella che una volta era la primavera, informazioni che poteva acquisire solo chi frequentava il social proibito).
Ecco, questo era stato un altro paradosso: negli anni Venti, quando ancora le cose non erano così cambiate, nelle redazioni dei giornali avevano preso l’abitudine di fare titoli fuorvianti per attirare l’attenzione e far generare click, ma poi quest’abitudine si era ritorta contro di loro perché i pochi che i giornali li leggevano, si erano stancati di favorire questa pessima abitudine. E i giornali avevano perso autorevolezza.
Un altro utile sistema di distrazione era rivolgere l’attenzione ai nuovi nemici, un po’ come aveva ipotizzato lo scrittore di un altro romanzo distopico del ventesimo secolo, 1984, che da ragazza le aveva consigliato di leggere la sua mamma, George Orwell. All’epoca le era sembrato esagerato. Letteratura. Ora le sembrava ingenuo.
Invece Giovanni, tra un biberon ed un cambio di pannolino di Mia, trascorse quasi tutta la mattinata sul social pirata. Lì la rabbia non si affievoliva, chi lo frequentava era ben consapevole di quel che stava succedendo. Riuscì a trovare il testo integrale della famigerata legge sull’aborto obbligatorio degli embrioni femmina in gravidanza e scoprì anche un altro articolo della legge in cui si diceva che, poiché il Governo era fondamentalmente contrario all’aborto, riteneva questa una misura solo provvisoria perché, nell’arco di un breve periodo di tempo, si sarebbe passati alla fecondazione in vitro obbligatoria anche per le le gravidanze, in modo da poter impiantare solo embrioni maschi.
Sul servizio di messaggistica pirata, che giornalmente veniva rinominato e reindirizzato (un po’ come quindici anni prima si faceva per scaricare film illegalmente), trovò almeno conforto nel poter discutere il terribile provvedimento. Buffo che lui, che aveva avversato tanto la pirateria informatica e lo scambio illegale di libri, podcast, film, serie tv, ora fosse felice di poter usare quegli strumenti per comunicare, semplicemente, come una volta avrebbe fatto su Twitter o su Facebook, dove ora avrebbe trovato solo commenti di apprezzamento della legge, tra foto di gattini e di biciclette sotto la neve. E naturalmente pagine cariche di misogina e deep fake contro le donne.
«Abbiamo toccato il fondo,» scrisse qualcuno.
Giovanni pensò che avesse ragione.
Lui e gli altri e le altre del gruppo passarono la mattinata a sfogarsi, confrontarsi e ribadirsi con energia che questa legge poteva essere il punto di non ritorno, il fondo del pozzo nero in cui la società occidentale era precipitata.
Emma, quando arrivò in ufficio, fu accolta dalle parole festanti del suo capo, notoriamente filogovernativo: «Hai sentito la bella notizia? Da domani nei supermercati si troverà di nuovo il pane fresco, dobbiamo gratitudine alla nostra Presidente del Consiglio!». Non disse però che il prezzo sarebbe stato il triplo di quello di un tempo perché il grano doveva essere importato dai Paesi del Terzo mondo… e neanche che ben difficilmente Emma avrebbe potuto acquistarlo, visto il magro reddito della sua famiglia.
Solo più tardi, all’interno del suo ufficio, dietro una porta chiusa, potè commentare le ultime notizie con i colleghi e le colleghe con cui sapeva di poter condividere ansie, paure, rabbia.
Si sfogarono, piansero, si ripromisero che non potevano più accettare silenti, che bisognava fare qualcosa. Ma cosa? Non è che non esistesse un’opposizione. Ed esisteva sempre un Parlamento ma, di elezione in elezione, i parlamentari progressisti erano diminuiti sempre più a causa della crescente manipolazione dell’elettorato da parte dei partiti di Governo. Indubbiamente, un grande mezzo della propaganda era stata l’intelligenza artificiale attraverso la quale era stato possibile creare una realtà alternativa fatta di video, fotografie, risposte sui social network.
Anche l’intelligenza artificiale era stata piegata alle esigenze della comunicazione ufficiale e, finanche i sostenitori più tiepidi del Governo, che cercavano qualche conferma in più, non si rendevano conto che se facevano una ricerca su Google trovavano solo risposte costruite artificialmente.
Tornata a casa, Emma fu accolta da Giovanni che l’aspettava con ansia per poterle raccontare ciò che aveva scoperto.
A fine racconto concluse: «Ti rendi conto, diventerà praticamente impossibile per le coppie in età fertile poter avere rapporti sessuali, quando, dopo l’adozione dell’analisi preimpianto, non sarà neanche più possibile interrompere le gravidanze».
Ed Emma: «Bei tempi, quando erano in commercio i contraccettivi!»
«Eh sì», continuò Giovanni «e ci saranno multe di diverse migliaia di euro per le donne che partoriranno delle bambine.»
E ripetè: «Le coppie in età fertile non potranno più fare sesso perché se lo faranno ed avranno una bambina saranno dissanguate dalle multe».
Giovanni aveva sviluppato una indubbia coazione a ripetere.
Emma prese Mia in braccio. Sentì il suo peso leggero, reale.
In quel momento capì una cosa con una chiarezza che la spaventò: non aveva più paura solo per il futuro. Aveva paura del presente.
E capì anche che, qualunque cosa fosse accaduta dopo, lei non avrebbe potuto permettersi di dimenticare.
Quella sera Emma aspettò che Giovanni si addormentasse, con Mia sul petto, il respiro corto per la stanchezza.
Quando la casa fu finalmente silenziosa, prese il telefono. Non aprì i social ufficiali. Non cercò notizie. Andò direttamente nella cartella che non usava da anni.
Lì c’era il vecchio contatto di Silvia.
Silvia del gruppo femminista, delle assemblee infinite, dei volantini fotocopiati, delle discussioni accese su parole che allora sembravano astratte: corpo, autodeterminazione, scelta.
Emma restò con il dito sospeso sul nome. Magari esagero, pensò. Magari domani diranno che è una fake news.
Poi ripensò al volto di Mia.
E scrisse. Ciao. Scusa se ti scrivo dopo tanto.
Dimmi che non sei sparita.
La risposta arrivò dopo pochi minuti.
Silvia: Nessuna di noi è sparita.
Silvia: Ci siamo solo spostate.
Emma sentì un brivido.
Emma: Ho bisogno di capire cosa sta succedendo.
Emma: E cosa posso fare.
Passarono alcuni secondi.
Poi Silvia: Domani, alle 19, al nostro bar vicino all’Università. Porta un quaderno.
Emma posò il telefono.
Si alzò piano, andò nello studio, prese una penna, poi prese un quaderno vecchio di Max, con la copertina sgualcita e li mise in borsa,
Tornò in camera. Giovanni dormiva. Mia si mosse appena, come se stesse sognando.
Emma si sedette sul bordo del letto e, per la prima volta dopo giorni, sentì la paura trasformarsi in qualcos’altro.
Non era speranza. Non ancora.
Era decisione.

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