La nascita di Mia
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«Hai sentito?» Giovanni si fermò di colpo.
«Cosa?» chiese Emma.
«La sacca.»
Abbassò lo sguardo, istintivamente. «Sta vibrando.»
Emma gli si avvicinò. «Adesso?»
«Sì. Ma è appena percettibile. Come…»
Cercò la parola. «Come un telefono un po’ distante.»
Emma sorrise. «Allora non è ancora il momento.»
«No. È solo l’avviso.»
Fece un respiro profondo. «Abbiamo ore davanti.»
Rimasero immobili per qualche secondo, in ascolto. La vibrazione era lieve, quasi educata.
«Ti ricordi all’inizio?» disse Emma. «Quando correvano tutti in ospedale alla prima vibrazione.»
Giovanni annuì. «Certo che me lo ricordo. I servizi al telegiornale. Gli uomini con la sacca in braccio che arrivavano trafelati.»
«E i reparti nascite esterne erano pochissimi.»
«Solo nelle grandi città. C’era chi vi si trasferiva settimane prima.»
Fece una smorfia. «C’era anche chi si faceva ricoverare preventivamente.»
Emma scosse la testa. «Sembrava la fine del mondo.»
«Era solo l’inizio,» disse Giovanni.
La vibrazione tornò. Un po’ più decisa.
«Comunque,» aggiunse lui, «non dobbiamo preoccuparci. Siamo a dieci minuti dall’ospedale.»
«Sì,» confermò Emma. «Niente corse. Niente panico.»
«Quando diventerà più forte, allora sì.»
«Quando la sacca comincerà a…»
«A chiedere aiuto,» completò Giovanni.
Si guardarono.
«Fa strano,» disse Emma piano. «Sapere che non c’è travaglio. Nessun dolore che cresce. Solo un segnale.»
«Progressivo,» disse Giovanni. «Sempre più forte. Sempre più chiaro.»
La vibrazione era ancora lì. Non insistente.
Paziente.
«Abbiamo tempo,» ripeté Emma, più per sé che per lui.
Giovanni annuì.
Ma una mano, senza pensarci, restò appoggiata sulla sacca.
Il 12 gennaio 2041 nacque Mia.
Tre chili e trecento grammi. Cinquanta centimetri esatti.
Bella, sana, perfetta anche nelle misure che contano nei registri. Punteggio di Apgar pieno.
Aveva i capelli chiari di Emma, sottili e luminosi, e gli occhi scuri di Giovanni, profondi, vigili. Lo stesso sguardo sveglio di Max, quello che sembrava capire le cose un istante prima degli altri. Max si innamorò subito di lei, con quella devozione assoluta che solo i bambini sanno avere: la guardava come si guarda qualcosa che è appena arrivato e già sembra indispensabile.
Giovanni, da quel giorno, diventò ufficialmente un superpapà.
Così li chiamavano, i padri dei graviballi. Con un sorriso pubblico, orgoglioso, quasi celebrativo. Era una parola nuova, che brillava.
Le madri no. Che avessero portato avanti la gravidanza o fossero diventate madri per graviballo, restavano soltanto madri. Nessun prefisso, nessuna medaglia linguistica. Una parola piatta, consumata dall’uso.
Mia fu nutrita fin dal primo giorno con latte artificiale.
Le bambine nate dai graviballi non avrebbero conosciuto il seno materno.
Emma la teneva tra le braccia mentre il biberon si svuotava piano.
La pelle di Mia cercava calore comunque. E lo trovava, sia che fosse tra le braccia di Emma che di Giovanni.
Podcast di Giovanni, febbraio 2041
Anche i bambini e le bambine nate da gravidanze non vengono quasi più allattati al seno dovendo le mamme tornare prestissimo al lavoro. Il periodo di allattamento al seno è progressivamente diminuito via via che diminuivano i congedi per le mamme e le ore previste da dedicare all’allattamento. Le uniche mamme che ancora possono effettuare l’allattamento al seno sono quelle molto abbienti che possono permettersi di non lavorare fuori casa. Per fortuna, però, si sono fatti molti progressi con il latte artificiale, anche in caso di intolleranze. Si sta però verificando un altro paradosso: il latte artificiale è una spesa in più che pesa sul bilancio delle famiglie a basso reddito e proprio queste sono le famiglie che più devono farvi ricorso perché le mamme devono rientrare subito al lavoro a tempo pieno. Inoltre, sono previsti contributi governativi per acquistarlo ma solo se le mamme decidono di non lavorare fuori casa. L’allattamento al seno, essendo una prerogativa delle donne, ovviamente, non è più ben visto come nei decenni precedenti. La ricerca medica, sempre più dipendente da fondi governativi, non solo aveva migliorato la qualità del latte artificiale, ma aveva anche contribuito a diffondere l’idea che fosse quello più sano proprio perché frutto di ricerca e ciò fu subito condiviso con entusiasmo da coloro che si erano battutti contro i vaccini, soprattutto quelli per il Covid. Dimenticando che anche i vaccini erano frutto della ricerca scientifica!
Insomma, paradossi senza fine!
Paradossi resi possibili dall’ignoranza, diffusa oggi in misura molto maggiore di quanto esisteva l’analfabetismo. Novant’anni fa, nel 1950, ben il 13% della popolazione non sapeva leggere rispetto allo 0,3% attuale ma oggi c’è l’analfabetismo funzionale che, nel nostro Paese, era intorno al 35% trent’anni fa ma è salito a circa il 70% negli ultimi trent’anni, insomma ben due persone su tre sono incapaci di comprendere, valutare e utilizzare in modo efficace le informazioni scritte e il calcolo, pur sapendo leggere, scrivere e far di conto. Ovvio che questo limiti la capacità di gestire compiti complessi, comprendere notizie, non cadere in stereotipi per interpretare la realtà.
Ennesimo circolo vizioso: l’utilizzo di un certo tipo di comunicazione favorisce l’analfabetismo funzionale e l’analfabetismo funzionale a sua volta predilige quel tipo di comunicazione.
Dopo il parto Giovanni non volle tornare subito a casa. Avrebbe potuto farlo: non aveva bisogno, come le neomadri, di riprendersi da un travaglio o da un dolore fisico. Eppure non se la sentiva di lasciare Mia.
La bambina, come tutti i neonati nati nelle sacche pluriveristrong, doveva restare per alcuni giorni nel reparto nascite esterne. La sua presenza non era indispensabile: il personale sanitario avrebbe potuto occuparsi di lei, nutrirla, controllarla. Restare in ospedale, per Giovanni ed Emma, comportava un costo rilevante, perché il Servizio sanitario pubblico copriva interamente la degenza solo per le nascite da gravidanza. Ma decisero che ne valesse la pena. Non volevano lasciarla sola.
In questo erano fortunati. I nonni potevano occuparsi di Max, mentre Giovanni restava ricoverato in Paternità ed Emma continuava ad andare al lavoro, senza potersi permettere ulteriori assenze.
I giorni passarono in fretta, e arrivò il momento di tornare a casa.
Mia era una bambina tranquilla. Accettava senza difficoltà il latte artificiale, dormiva molto, piangeva poco. Quando era sveglia, restava serena se accanto a lei c’era Max che le faceva smorfie, Giovanni che le raccontava fiabe improvvisate o Emma che le cantava canzoni lente, quasi sussurrate.
Erano felici, nonostante tutto. Felici della loro famiglia, almeno. Ma terrorizzati da ciò che stava accadendo nel mondo.
Avevano sottovalutato molte cose. Altre le avevano semplicemente rimosse.
Quasi avevano dimenticato che solo pochi anni prima avevano partecipato a manifestazioni contro il graviballo. La protesta era nata quando si era scoperto che la produzione delle sacche aveva un impatto enorme sul cambiamento climatico: la loro fabbricazione richiedeva un’emissione massiccia di gas climalteranti.
Secondo i produttori, il costo ambientale di una sacca pluriveristrong equivaleva alle emissioni annuali di cinque automobili che percorrono circa ventimila chilometri l’anno.
Secondo la scienza indipendente, molto di più: l’equivalente delle emissioni di dieci anni di vita di un’automobile.
Allora avevano marciato convinti di essere dalla parte giusta della storia.
Ora, mentre guardavano dormire Mia, capivano quanto fosse stato facile dimenticarlo.
Podcast di Giovanni, marzo 2041
Le sacche, che apparentemente sembrano delle normali borse; assomigliano un po’ alle borse da palestra.
Tali sacche sono prodotte utilizzando polimeri bio-compatibili, membrane nanotecnologiche che imitano la placenta, strutture trasparenti autorigenerantisi nel corso degli otto mesi, rivestimenti sterili prodotti in camere sterili.
Producono altissimi livelli di CO2 perché derivano da petrolchimica avanzata, richiedono processi ad altissima temperatura, necessitano di solventi e purificazioni energivore, le camere sterili in cui sono prodotte consumano enormi quantità di elettricità.
Richiedono l’utilizzo di metalli rari e biocomponenti perché dotate di sensori e microchip per il controllo del feto e per il monitoraggio a distanza.
Ovviamente devono essere monouso e dopo l’uso devono essere incenerite in impanti speciali, anche questi energivori.
Insomma, ora che l’uso diventa diffuso, per produrle, gestirle e smaltirle occorre l’equivalente di una intera rete energetica di una nazione.

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