Preferisco dare questo nome a questa educazione di cui si parla tanto ma spesso senza sapere cosa sia, perché non vi è un accordo su cosa sia, né tra chi la sostiene né tra chi la combatte, quindi non c’è un nome condiviso e la conseguenza è che si alimenta la confusione.
Nell’emendamento della Lega che vuole vietarla alle scuole medie (come già nella primaria e nella scuola dell’infanzia) la si definisce educazione sessuo-affettiva (specificando come suoi temi malattie sessualmente trasmissibili, prevenzione delle gravidanze precoci e contrasto alla violenza sessuale), ma nel sostenerla o contrastarla si usano le espressioni educazione sessuale ed educazione affettiva che sono due cose molto diverse. Invece, Il disegno di legge C. 2423, in discussione presso la VII Commissione Cultura della Camera, introduce l’obbligo del consenso informato dei genitori per ogni attività scolastica che riguardi educazione all’affettività, sessualità, identità e relazioni. Ma c’è chi la chiama educazione sentimentale, o educazione al rispetto. Si usa anche l’espressione educazione alle differenze ma fa pensare più all’obiettivo che al percorso.
Se però ci chiediamo cosa sia l’educazione all’affettività possiamo affermare che le varie definizioni, comprese quelle dell’AI, fanno riferimento alla gestione dell’emozioni e alla costruzione di sane relazioni interpersonali.
In pratica quello che la scuola fa, e tutte le persone hanno sempre accettato e voluto che facesse, fin dal primo giorno di scuola e fin dalla scuola dell’infanzia: promuovere l’amicizia, la socializzazione, la relazione, la creazione del gruppo classe, la solidarietà, l’integrazione. Riuscite ad immaginare una scuola che non abbia questi obiettivi? Per far questo le/gli bravi insegnanti lavorano proprio sulle emozioni. E ovviamente sul rispetto: riusciamo ad immaginare una scuola in cui non vi sia la richiesta del rispetto, che sia rispetto delle regole, o dei compagni e delle compagne o delle/degli insegnanti? Dunque, dove starebbe lo scandalo? Forse nella sessualità, parola che per tanti è così pruriginosa da arrivare a nasconderla nell’affettività. Guai a parlarne con ragazzi e ragazze, molto meglio lasciare che sia una banale ricerca su Google a “istruirli” sul sesso. Oppure, quale sarebbe lo scandalo nell’insegnare a prevenire malattie sessualmente trasmissibili, prevenzione delle gravidanze precoci e contrasto alla violenza sessuale come recita l’emendamento della Lega?
Trovo invece che il modo più efficace per nominare questa educazione sia educazione di genere, pur anticipando il rischio di evocare il famoso gender, che è come l’Araba Fenice, “Che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa“. Ma non possiamo continuare a subire, a cominciare dal linguaggio. Il gender è una spaventosa manipolazione e noi abbiamo bisogno di non stare ferme!!!
Ritenendo che il mondo emotivo e affettivo siano già qualcosa che fa parte di ogni sano percorso scolastico, ciò che introduce elementi nuovi è l’educazione di genere che ha gli obiettivi, chiari, di promuovere l’eguaglianza di genere, comprendere le differenze di genere, promuovere relazioni eque e rispettose tra maschi e femmine, riconoscere le differenze senza discriminare e stereotipare, contrastare l’omofobia e prevenire (eh sì, cara Lega!) malattie sessualmente trasmissibili, prevenzione delle gravidanze precoci e contrasto alla violenza sessuale ed ogni altra forma di violenza, che poi è soprattutto violenza contro le donne, attraverso il contrasto a stereotipi di genere, sessismo, misogina. Dunque include gestione dei sentimenti, delle emozioni ma anche informazioni concrete, da quelle sulla sessualità nei suoi aspetti biologici fino a quelle interdisciplinari con l’obiettivo di dare finalmente luce, volto, voce alle donne nelle discipline scolastiche.
Infatti tale educazione di genere può essere praticata in modi molto diversi a seconda innanzitutto del grado scolastico. Ma non solo, può essere strettamente collegata alla didattica curriculare o trasversale. Può essere praticata attraverso letture, approfondimenti, ricerche, gioco, discussioni ma anche raccontando la presenza delle donne nelle arti, nelle lettere, nella scienza, taciuta anche dai libri di testo. A differenza di quel che molte persone pensano, non è una materia di studio, ma deve entrare in parte nelle materie di studio esistenti ed in parte essere trattata in attività tenute da esperte/i in modo non cattedratico. Certo, non si insegna l’affettività o la sessualità negli aspetti non biologici ma si “tirano fuori” le riflessioni… non c’è bisogno che ricordi che educare vuol dire tirar fuori! La differenza fra educare e insegnare è importante.
Negli ultimi vent’anni io, prima in qualità di editrice di libri per l’infanzia e poi come facente parte di una associazione che si occupa di prevenzione della violenza contro le donne, ho incontrato bambine e bambini, ragazze e ragazzi dalla scuola dell’infanzia fino all’università e mi sono resa conto della grande importanza di trattare questi temi anche attraverso libri, kit didattici e di gioco appositamente creati.
A differenza di quanto pensano leghisti e fratellisti vari e pro vita di ogni tipo, non ho mai raccontato a bambine e bambini se e come masturbarsi o proposto loro di cambiare sesso, ma ho parlato loro di gioco, di sport, di libri che amano, di libertà di scegliere a cosa giocare o cosa studiare o quale sport praticare, di come queste strane idee che sono gli stereotipi li spingano a volte a fare scelte non desiderate realmente e finanche a comportarsi nelle relazioni di coppia in modo da provocare o subire dolore e infelicità. E ho sempre notato che ad ogni età parlare di questi temi genera consapevolezza, aiuta a capire sé e le/gli altri, li fa sentire di potersi comportare in modo più libero, non dovendo praticare scelte e comportamenti considerati affini al proprio genere. Perché non vi sono attività, giochi, materie affini ad un solo genere.
Alla scuola dell’infanzia una bambina può scoprire di non dover sempre essere arrendevole con il compagno prepotente o di poter dire no al bacetto che lui vuol darle ogni mattina quando arriva in classe, mentre il bambino può scoprire che niente gli impedisce, superata la vergogna, di giocare a cucinare insieme alle bambine. D’altra parte non sono quasi tutti maschi i grandi chef? Ci sono bambini che, quando le bambine arrivano in classe, rivolgono pollice in su o in giù per approvare o disapprovare il loro outfit! Ed è molto interessante parlarne. Mi è anche capitato, al momento di svolgere un’attività pratica con fogli colorati, di vedere le bambine scegliere i fogli rosa e chiedere loro se amino realmente il rosa per scoprire poi che lo sentono come un destino, le tocca il rosa! Piccole cose che però già fanno pensare a dei “ruoli”.
Alla scuola primaria si fanno altre scoperte: quel libro con una bimba in copertina può essere avvincente anche per un maschio e magari il libro con le principesse tutte rosa può anche rimanere nella libreria perché probabilmente non è un buon libro, le bambine non sono costrette a leggerlo! Un maschietto può piangere, anche lui ha i dotti lacrimali, e una femminuccia può avere uno scatto di rabbia che, certo, va contenuto, ma non perché sia femmina. E non c’è nulla di male se un maschietto ha paura o a una femminuccia non interessa per nulla di essere carina. Questa è la bellezza delle differenze e di poterle accettare senza doverle nascondere. Ricordo con grande tenerezza quando, durante un incontro, un bambino scelse di rompere un segreto e raccontare alla classe che praticava danza classica. Con tenerezza, perché non ricevette critiche, come forse credeva e temeva, ma ammirazione. Di bambine che invece sono state dissuase dal giocare a calcio ce n’è in ogni classe! Le bambine poi hanno gli occhi che si illuminano quando, entrando in classe, si dice Buongiorno bambine e bambini e, se si fa una ricerca sui giornali sull’uso del femminile, notano con stupore che trovano scritto attrice ma non rettrice!
E arriviamo alla scuola media, frequentata da ragazzi e ragazze in quella strana fase della vita in mezzo a due mondi: infanzia ed adolescenza. Non vi è neanche una parola per definire quest’età, ma una cosa è certa, sono e fanno un po’ di tutto: sei mesi prima giocano con bambole e peluche e sei mesi dopo hanno il “fidanzato” anche se, fidanzati/e a parte, si vede chiaramente che cominciano a separarsi: maschi da una parte e femmine dall’altra. Già, quel famoso fidanzato o fidanzata che dai tre anni in su genitori, amici e parenti cominciano a chiedere se esista, come si chiami perché non si può fare educazione sessuale ma si può sessualizzare l’infanzia! Ma spesso non si tratta di amore platonico, una piccola percentuale di giovani ha il suo primo rapporto sessuale a 13 anni. Però anche quando non c’è ancora sesso, cominciano ad esserci possesso, confusione sul come gestire la relazione, gelosia, impotenza e tante altre emozioni che rendono queste prime relazioni cose assai complicate, specie perché non si hanno competenze per gestirle. E, parlando con loro, si scopre che hanno già idee molto stereotipate sulle relazioni: se tradisce il maschio è meno grave, se le femmine hanno più storie sono considerate leggere a differenza dei maschi che sono conquistatori, se la donna tradisce può meritare la violenza, o quanto meno il discredito. Si avvicinano insomma alla vita di coppia con un mare di pregiudizi e di confusione ma non hanno assolutamente informazioni sul consenso, sulla sessualità, sulla prevenzione di gravidanze e malattie, sul rispetto, sulla parità. E viene spontaneo chiedersi: perché non aiutarli? Perché non condurli ad imparare ad avere relazioni sane? Cosa c’è di male ad intervenire prima che si radichino idee sbagliate? Cosa c’è di sbagliato se la scuola dà loro una mano come ha già fatto, quando erano più piccole/i, nel guidarli nelle relazioni amicali? Cosa c’è di sbagliato a parlare loro di sesso? Forse si crede che parlandone lo praticheranno prima? No, magari parlandone scopriranno che la cosa è un po’ più complessa del puro atto fisico che già dai dieci anni vedono su Internet o di cui leggono sui romanzetti rosa, che possono essere davvero molto espliciti.
E poi ci sono le scuole superiori, dove si nuota nel mare dei pregiudizi: licei e istituti professionali, in città o in provincia, non c’è grande differenza ma una cosa si nota subito, parlando con loro. I pregiudizi più forti sono radicati in ragazze e ragazzi le cui famiglie sono a loro volta piene di pregiudizi, famiglie in cui i genitori rivestono ruoli tradizionale, in cui vi sono rapporti fra loro di tipo patriarcale. Perché dovremmo chiedere il consenso di queste famiglie per spiegare che discriminare e bullizzare è sbagliato, che le relazioni devono essere paritarie, che la rabbia per essere stato lasciato non va manifestata picchiando o spaventando? Di esempi potrei farne tanti: le ragazze che raccontano che possono mettere il rossetto solo quando escono con lui o che vengono controllate obbligandole a dargli la posizione sul cellulare, o quella ragazza che, prima che inizi l’incontro, sento raccontare alle amiche che non ne può più della prepotenza di lui. Ma succede anche che una quindicenne prenda la parola e racconti di “anni” di prepotenze, di schiaffi, di violenze verbali alle quali tra l’altro non ha trovato grande aiuto in famiglia. Spesso, maschi e femmine, non sanno cosa voglia dire consenso, le ragazze non percepiscono di poter avere pari diritti nelle relazioni, non capiscono perché debbano sentirsi rivolgere degli epiteti che non hanno il maschile. Sono già pronte ad un futuro di sottomissione nella coppia, perché credono che sia naturale. È pazzesco che si debba chiedere il consenso per parlare di consenso! Ma sanno anche pochissimo della storia delle donne perché le donne non sono mai entrate nei libri di testo, a parte pochissime come Cleopatra e Marie Curie e, parrà assurdo, ma neanche sanno che solo da una 50-60 ina d’anni le donne hanno cominciato a contare qualcosa, anche grazie a grandi cambiamenti legislativi, che neanche conoscono. Grazie al femminismo, ma neanche questo sanno, a parte poche, anzi per la maggior parte di loro femminismo è il contrario di maschilismo. E sessismo è una parola da fanatiche invasate che odiano gli uomini.
E poi ci sono le università. In questo caso si incontrano soprattutto ragazze perché si tratta di facoltà frequentate soprattutto da ragazze che si preparano per diventare insegnanti. Solo in queste c’è la sensibilità di docenti per trattare questi temi (e non dovrebbe essere così, pensiamo solo a come sarebbe importante studiare la medicina di genere o insegnare a non usare stereotipi nelle rappresentazioni grafiche, o approfondire la letteratura scritta da donne o formare opportunamente i/le futuri/e giuristi/e. In ogni facoltà universitaria dovrebbe entrare la didattica di genere). Andiamo lì per parlare degli stereotipi che vivono bambine e bambini cui un giorno insegneranno e scopriamo che sono loro ad avere una mentalità che può trasformarle in vittime. Ma almeno qui non si deve chiedere il consenso dei genitori! Ma è troppo tardi, la decostruzione è difficilissima.
Se però diventa sempre più difficile trattare questi temi, con competenza, sappiamo bene che il contesto in cui i/le giovani vivono va in tutt’altra direzione: le pubblicità sessiste non sono più vietate, i social traboccano di sessismo (pensiamo a gruppi e siti scoperti quest’estate ma ce ne sono tanti incluso quello in cui mi sono imbattuta recentemente in cui si insegna a farsi rispettare dalle donne o si spiega il meccanismo premio punizione verso la propria ragazza); alla radio e in tv, quando si parla di questi temi, lo fanno persone con competenze improvvisate. Conduttori che trattano l’educazione di genere come qualsiasi argomento del giorno ed arrivano a dire, come ho ascoltato proprio l’altra mattina, banalità come quella per cui la cultura del possesso nascerebbe dal fatto che ai giovani non si dice mai no (affermazione che può essere giusta se si parla di altri temi), o che affermano che l’educazione di genere non avrebbe potuto aiutare Pamela Genini, visto che il suo assassino è proprio il frutto di una cultura misogina e sessista. O che la violenza non ha sesso.
Certo, l’educazione di genere nelle scuole non basta perché abbiamo una intera società da rieducare: dagli uomini che seppure dicono che loro non esercitano violenza poi ne spargono a piene mani con meme e battute, al sessismo che viene usato contro avversarie politiche ma al contempo negato e archiviato come woke, e ahimè anche molti giudici o giornalisti e purtroppo anche insegnanti sarebbero da formare. E poi la televisione che, dopo qualche lieve miglioramento, sta tornando ad essere quella che ci ha ben raccontato Lorella Zanardo.
E ci sono tante donne che ignorano cosa il femminismo ha fatto per loro e aspirano come prima cosa a soddisfare lo sguardo maschile, perlomeno finché non si rendono conto, spesso ahimè troppo tardi, di essere ormai loro vittime, loro oggetti. Come non pensare alla nostra Presidente del Consiglio, stretta tra uomini che le dicono che è bellissima, la baciano in fronte, le consigliano di smettere di fumare e la relegano in fondo nella foto! E non lasciamoci ingannare dal fatto che in Italia c’è una donna Presidente del Consiglio, perché si tratta di una donna che l’unica volta in cui in tre anni si è espressa contro il sessismo è stato per manipolare l’uso di una parola per fare la vittima e distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica. Dopo aver invocato per anni il benaltrismo, aver ripetuto fino alla noia ‘non si può dire più niente’, aver evocato il pericolo del woke ora si è impossessata di tutto ciò per il suo scopo. E noi che siamo sempre pronte a difendere ogni donna le siamo andate dietro. Ma non tutte le donne sono dalla parte delle donne anche se tutte le donne godono delle conquiste del femminismo.
Ma sembra purtroppo di lottare contro i mulini a vento, specie a causa della costruzione di questo nemico invisibile che è il gender. Una messinscena la cui costruzione è iniziata, in sordina, ormai da una quindicina d’anni ma che, con persistenza e tenacia, usando confusione e manipolazione, ha acquistato forza durante il governo Meloni fortemente sostenuto dalle associazioni pro vita e che ormai viene nominato regolarmente nei disegni di legge. La forza del gender è proprio quella di evocare concetti confusi, dire e non dire, includere e non includere, buttando qui e là bufale spaventose come il voler insegnare ai bambini e alle bambine a masturbarsi o indurli a desiderare di cambiare sesso. La confusione che hanno creato è tale che sto gender ha alimentato anche divisioni nel femminismo a proposito delle persone trans. Una cosa tristissima ed estremamente dolorosa e dannosa anche perché il femminismo è stato sempre capace di essere inclusivo. Le diversità di vedute su alcuni punti sono state sagacemente alimentate con la bufala del gender, con due obiettivi perfettamente centrati: dividere il femminismo e far passare l’idea che educazione ad affettività/sessuale/rispetto/differenze ecc. mirassero soprattutto a contrastare omofobia e transfobia. Ma la realtà vera che non mi stanco di ripetere da 15 anni è che quelli del gender, prima che omofobici e transfobici, sono misogini oltre che desiderosi di restaurare una società del tutto patriarcale.
Ed è per questo che è necessaria l’educazione di genere, ma qui si crea il cortocircuito perché ce lo impediscono e la cosa peggiorerà, a meno che non decidiamo a prendere il toro per le corna e a trovarci tutti gli spazi possibili per fare educazione di genere, se non ci è possibile entrare nelle scuole. Perché stare ferme/i, arrenderci, non è possibile.

Scrivi una risposta a Anonimo Cancella risposta