Maschile sovraesteso e linguaggio: confronto tra Gheno e Trevi

Published by

on

Il dibattito durante la trasmissione Dilemmi del 19 maggio scorso tra la sociolinguista Vera Gheno ed Emanuele Trevi, scrittore, in tema di linguaggio ampio e linguaggio che nomina il femminile è stato alquanto surreale.

Non per quello che ha detto Vera Gheno, sempre calma, chiara, precisa, che ho apprezzato molto, né per la moderazione di Gianrico Carofiglio, molto equilibrata, ma per le cose che ha detto e l’atteggiamento che ha assunto Emanuele Trevi.

Ha cominciato col dire non esiste nessuna connessione tra il segno e la cosa significata. Se fossi esperta di semiotica potrei parlare ampiamente degli studi di Saussure, su significante e significato che sono legati da un rapporto di presupposizione reciproca: la forma espressiva articola il contenuto. E poi del segno, che li lega. Ma non mi addentro preferendo citare l’ipotesi di Sapir e Whorf che conosco meglio, secondo cui la lingua ha il potere di influenzare il pensiero, la visione del mondo. Non so come si possa negare che usare il maschile sovraesteso non condizioni il nostro pensiero. Sfido chiunque ad entrare in una stanza dove ci sono un uomo architetto e una donna architetta, non conoscendoli entrambi, ad andare verso la donna se gli /le viene detto l’architetto la sta aspettando. Finanche Checco Zalone ce lo ha mostrato! Una affermazione talmente assurda, detta poi da uno scrittore, che mi fa chiedere se sappia cosa fa quando sta scrivendo e mettendo insieme delle parole per raccontare, esprimere, suscitare emozioni.

Poi ha introdotto una provocazione sul fatto che non sarebbe piacevole leggere i grandi romanzi con l’uso dello Schwa. Basta conoscere giusto un po’ il pensiero della linguista Gheno per sapere che lei non ha mai sostenuto che lo schwa vada inserito di forza nella letteratura né tantomeno nella letteratura già nota e già pubblicata. casomai lei ne propone l’uso in casi limitati in cui se ne ravvisi l’esigenza particolare, preferendo quando possibile altre parole ed espressioni. Ma è così difficile dire “Buongiorno a chi mi ascolta?

Ha continuato poi, Trevi, a esprimersi in modo molto sgradevole contro le cosiddette seguaci di Gheno (non ritenendo opportuno esprimersi contro di lei!), in quanto persone che ritengono necessario esplicitare il genere femminile, definendole prima come portatrici di ideologie oppressive della libertà umana e poi addirittura come dementi, in quanto hanno una idea letterale del linguaggio. L’idea non letterale sarebbe ciò che giustifica il maschile sovraesteso?

Ha paura di essere connotato conservatore ma d’altra parte riconosce inconsapevolmente di aver rifiutato in toto il minimo cambiamento linguistico. Anzi, vantandosi del successo che riceve quando in pubblico esprime queste posizioni!

Ha detto poi, sempre Trevi: consideriamo il maschile sovraesteso come una magia della lingua anche perché ci sono le parole come persona che lasciamo al femminile. Ora, a parte che sottintendere di riferirsi implicitamente a parole come persona come una parola che allora dovremmo declinare al maschile (ci mancava solo che citasse dentista o guardia!) non me lo sarei mai aspettato da uno scrittore che immaginavo avesse un minimo di competenza della lingua, questa cosa della magia mi ha atterrito: io sarei per romperla questa presunta magia (che sappiamo bene che è esistita per millenni) di un mondo definito al maschile. Facciamo invece la magia del cambiamento!

Invece la posizione di Gheno è stata molto equilibrata, ha spiegato che non si tratta di una battaglia o del desiderio di fare imposizioni ma piuttosto proposte. Tra l’altro io invece sarei anche più rigida di Vera Gheno la quale dice di accettare parole come fratellanza o fraternità perché ormai sono attestate nell’uso. Io penso invece che ci sono altre parole che possiamo usare. Non dobbiamo mettere al bando quelle, ma cercare di usarne anche altre, visto che abbiamo tante parole a disposizione ad esempio solidarietà invece di fratellanza condividendo con Gheno la ricerca di parole come persone invece di uomini, cittadinanza invece di cittadini, adolescenza invece di adolescenti.

E poi mi chiedo se sia possibile che una persona di lettere, uno scrittore che si auto definisce anche una persona non conservatrice, debba tirare fuori l’odio verso il politically correct che considera un muro, anzi la muraglia cinese dell’idiozia. Usando un’espressione, politically correct, che viene utilizzata in modo derisorio da coloro che ritengono sia un abuso linguistico fare il femminile di parole come ministro o avvocato o ingegnere. Un’espressione dietro cui si trincera chi ha paura di perdere i propri privilegi.

Privilegi, al maschile.

3 risposte a “Maschile sovraesteso e linguaggio: confronto tra Gheno e Trevi”

  1. Avatar
    Anonimo

    Due osservazioni. Il rapporto tra un segno e la cosa significata (il referente in linguistica) è un rapporto arbitrario. “Gatto” non ha inevitabilmente questo nome perchè l’animale è fatto come è fatto. Quindi Trevi non ha detto nulla di disdicevole. Lei invece parla di rapporto significato/significante che è un’altra questione.

    Seconda cosa. L’ipotesi Sapir-Whorf è appunto un’ipotesi. C’è da dire che la linguistica moderna e contemporanea non la tiene molto in considerazione. Sono stati fatti studi e ricerche sull’argomento in un certo periodo, poi esauritisi col tempo. Oggi ci sono un po’ di studi sul fatto che l’uso di un genere porti a invisibilizzare l’altro, ma i risultati sono molto sfumati e pieni di limiti; sono veri sotto certe condizioni e falsi sotto altre e dipendono anche dalle lingue e dagli esperimenti che si conducono. Il maschile sovraesteso in italiano è molto meno presente di quanto si pensi e si scriva nei social media (è presente nei nomi delle professioni ma in molti altri casi come quelli citati da lei al plurale, si tratta semplicemente di genere non marcato).

    "Mi piace"

    1. Avatar La Pizzicallante

      Sarebbe interessante questa discussione da approfondire sotto diversi aspetti. Intanto per quel poche che ho letto mi pare di capire che la relazione arbitraria sarebbe quella tra significante e significato, e poi c’è il segno che li mette in relazione. Non cambia forse di significato la parola parola segretario declina al maschile e la parola Segretaria declinata al femminile? se le chiedo cosa significa segretario il suo pensiero andrà immediatamente al segretario di partito o di sindacato o addirittura di Stato. Se le chiedo cosa significa Segretaria il suo pensiero andrà immediatamente alla Signora che prepara il caffè al professionista o gli scrive al computer la relazione o gli prende gli appuntamenti.
      Venendo all’ipotesi di Sapir e Whorf direi che era ipotesi quando è stata formulata ma oggi penso che sia indiscutibile l’effetto che produce fin dall’infanzia il sentir nominare le donne al femminile quando sono maestre operaie Infermiere e non quando sono ingegnere o avvocate o architette. Ciò che non si nomina non esiste, dice la linguista Cecilia Robustelli.

      "Mi piace"

  2. Avatar
    Anonimo

    Come ben osservi, la parola gatto (significante) è arbitraria rispetto al concetto di felino a 4 zampe che fa miao (significato). Il segno “gatto” che è l’unione di significante e significato è a sua volta arbitrario rispetto all’animale vivente gatto che è extralinguistico e, che, naturalmente, esiste anche se non viene nominato. Ci sono quindi tre cose: il significato e il significante che creano il segno; quest’ultimo rinvia a unl referente, cioè l’elemento reale., concreto, esattamente quel gatto che vedo passare in quel momento e non altri. Per tornar al tuo esempio imparando la lingua, impariamo anche che segretario indica quello di partito e segretaria indica quella di un ufficio. Ma questo rapporto non è interno alla parola e immutabile, ma legato al contesto sociale. Se cambiano il contesto sociale e gli usi linguistici, l’uso della parola anche cambierà. Se fra cinquant’anni le segretarie di ufficio umane non esisteranno più perchè l’AI farà tutto, ci sarà un altro nome e segretaria magari indicherà solo quella di partito come nel maschile adesso. Da qui si capisce che la connessione tra segno e referente non è data una volta per tutte e non è intrinseca, ma è legata al contesto. Forse è questo che voleva dire Trevi, quando parla assenza di connessione tra segno e cosa significata.

    Per quanto riguarda l’ipotesi Sapir Whorf, nella sua forma più radicale, non è stata dimostrata. Ma non è nemmeno necessaria tirarla in ballo. Siamo sempre agli usi lnguistici e al contesto: fin dall’infanzia sento ingegnere e non ingegnera e sento balia e non balio. Accade perchè questi referenti, queste persone che fanno questi lavori non ci sono o sono una sparuta minoranza e quindi non impattano sulla lingua quotidiana e comune. Quando aumentano di numero allora si può verificare anche l’adattamento linguistico e sono da mettere in conto un po’ di resistenze perchè non tutte le persone sono pronte ad adeguarsi.

    I problemi oggi sorgono nel caso di insiemi misti. Anche qui vale il contesto. Se io dico “nella mia vita ho tanti amici”, è evidente che mi sto riferendo a una pluralità di generi, perchè il plurale in questo caso è davvero non marcato e per la lingua è ridondante e non economico dire “ho tanti amici e amiche”, a meno che io non lo voglia marcare come informazione. Se entro in una stanza e mi vengono presentati una donna e un uomo con la frase “ecco i nostri architetti”, è evidente che non sto escludendo la donna perchè ce l’ho davanti agli occhi e non ci può essere fraintendimento. Accortezza maggiore ci vuole nel caso in cui la comunicazione sia con scarso contesto. Qui bisogna precisare. Non è causale che questo dibattito si sia generato e sviluppato nella comunicazione dei nuovi media, in particolare i social. È una comunicazione quotidiana, ma con scarso contesto. E infatti i fraintendimenti sono continui.

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a La Pizzicallante Cancella risposta

Scopri di più da L A P I Z Z I C A L L A N T E

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere