Avanti nei diritti, indietro nel rispetto

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Il mio articolo Cara Giulia sulle responsabilità della mia generazione sulla violenza contro le donne ha suscitato molto interesse ma anche alcune critiche che credo siano dipese dal fatto che non ho spiegato il senso di tali responsabilità.

Non mi riferivo a responsabilità attuali ma generazionali. Io credo che negli ultimi decenni mentre per tanti aspetti la società andava avanti, mentre le donne facevano grandi passi sul cammino delle pari opportunità, per tanti versi si tornava indietro perché l’impegno si concentrava su alcuni aspetti ma tralasciava di difendere la nuova libertà femminile.

Così scrivevo otto anni fa nella prefazione del libro Sguardi Differenti:

Così, mentre noi, case editrici per l’infanzia, pubblichiamo albi illustrati e testi per svelare la trappola dello stereotipo legato ai ruoli, gli scaffali dei supermercati si riempiono di giocattoli rosa e giocattoli celesti e, nel momento in cui parliamo di eccellenze femminili e dell’importanza di educare al rispetto delle differenze, le nostre strade e i nostri mass media si riempiono di pubblicità in cui il corpo delle donne è utilizzato per vendere di tutto e gli uomini sono impoveriti da immagini di machismo.
Mentre c’è chi lavora a libri di testo in cui le donne, e non solo gli uomini, sono protagoniste della cultura, della storia, della politica e della scienza, ad un’analisi priva di gerarchie sessiste del sapere, continuano ad esserci, nei libri scolastici, immagini e racconti della mamma che stira e cucina mentre il papà legge il giornale o va in ufficio!
Le donne si laureano più dei loro coetanei maschi ma sono in testa nelle graduatorie di disoccupazione e, nel lavoro, sono spesso oggetto di mobbing sessista.
Il backlash, in altre parole il contraccolpo, è sempre in agguato.
A livello lavorativo, sociale, culturale. E purtroppo, spesso, passa inosservato. Si corre il rischio di dare tutto per scontato e di abbassare la guardia. Pensiamo all’educazione sessuale che era entrata di diritto nelle scuole negli ultimi decenni. Attualmente viene di nuovo messa in discussione dai fautori della mistificazione del gender che rappresenta uno dei più recenti ostacoli sul cammino delle opportunità, per le donne e per la società tutta.

Qualcosa non ha funzionato: siamo riuscite a far sì che le ragazze si laureino in ingegneria ma non che non subiscano violenza. I progetti Stem funzionano ma il contrasto agli stereotipi no. Facciamo le magistrate e le avvocate ma non riusciamo a definirci e a farci definire al femminile.

Dopo aver ottenuto il diritto di voto abbiamo cambiato il diritto di famiglia, eliminato il diritto d’onore, eliminato ostacoli legislativi e culturali all’accesso di cariche e professioni, ottenuto i consultori, il divorzio e l’aborto ma poco dopo tv private e berlusconismo davano inizio all’oggettificazione dei nostri corpi. Non ci rendevamo conto del rancore che i passi avanti delle donne provocavano negli uomini desiderosi di mantenere il vecchio assetto patriarcale.

Dopo lo straordinario lavoro operato dal femminismo degli anni Settanta ci sono stati decenni di ritorno indietro. È vero che le donne avevano guadagnato tanti passi avanti ma non ci si accorgeva che per tanti versi si stava tornando indietro. In alcuni momenti ce ne siamo accorte, con il movimento Snoq ad esempio, nato contro il berlusconismo, con il metoo, ma non c’era più quella capacità di lottare degli anni Settanta, è stato un po’ come il vivere di rendita.

In questo senso mi sento responsabile nei confronti delle giovani che hanno acquisito diritti ma senza avere consapevolezza di aver perso rispetto. Mentre le donne andavano avanti sui diritti molti uomini che non lo gradivano provocavano ondate di ritorno indietro, non accettando la libertà femminile.

Certo, mi direte che sarebbe necessaria la presa di posizione maschile contro sessismo e violenza ma non è che il movimento femminista degli anni Settanta ha aspettato che intervenissero gli uomini per conquistare pari opportunità alle donne. Ed è stato solo grazie al movimento delle donne, e nonostante i partiti, anche di sinistra, operanti con logiche maschili, che le cose sono cambiate ed importanti leggi approvate.

In alcuni casi non siamo state abbastanza brave da difendere le consapevolezze acquisite: il metoo è stato importante ma per certi versi ha anche altro risvegliato la rabbia e la derisione maschile. Il concetto di consenso viene banalizzato e sottoposto a becera ironia nei commenti sui social. Femminista è un termine che viene usato con toni denigratori e in cui tante giovani non si riconoscono. Hanno sempre più preso piede gruppi di natura maschilista e antifemminista che guidano il backlash, il ritorno indietro. Uomini ma spesso anche donne hanno il coraggio di esprimere pensieri che ci riportano direttamente agli anni Cinquanta.

Dobbiamo più che mai dover difendere la 194 da continui attacchi e dall’obiezione di coscienza.

Abbiamo lasciato che finanche l’8 marzo, giornata di consapevolezza sui diritti delle donne, diventasse una insulsa festa commerciale.

E ci siamo divise, in piccole logiche di potere, in piccole battaglie, in piccole prese di posizione, incapaci di avere una voce autorevole e forte come negli Settanta.

Vero che abbiamo ottenuto nel 1996 (cioè durante quei decenni di rallentamento) la legge che riconosce la violenza sessuale come delitto contro le donne che la subiscono, ma ci sono voluti vent’anni dopo il delitto del Circeo che aveva reso evidente quanto fosse necessaria.

Certo, ci siamo impegnate contro la violenza ma è come se negli ultimi 30-40 anni fosse mancato quell’entusiasmo che c’era prima, non abbiamo lottato contro il sessismo di ritorno come sarebbe stato necessario. Ripeto, credevamo che i passi avanti fossero stati così importanti da poter allentare la guardia, ci siamo comportate come l’atleta che, in vista del traguardo, si rilassa anziché accelerare. O forse è mancata una generazione determinata come la precedente.

I femminicidi ci lasciano agghiacciate ma silenti. A volte mi pare che siamo capaci solo di dire ‘non andate all’ultimo appuntamento’, non abbiamo avuto la caparbietà di pretendere l’educazione sessuale e affettiva a scuola. O di arrabbiarci per le battute sessistelle di conoscenti, l’oggettificazione dei corpi nelle pubblicità e tutto la misoginia diffusa di cui siamo circondate.

Ci siamo lasciate sopraffare dalla lobby della bufala del gender. Il mix di associazioni ultra cattoliche e fondamentaliste che sono partite in sordina una ventina di anni fa (a cominciare dal contrasto ai referendum sulla procreazione assistita) e che hanno lavorato all’inizio un po’ nell’ombra e poi sempre più alla luce fino al Congresso delle famiglie di Verona del 2019 quando hanno messo insieme i loro finanziatori (oligarchi russi e miliardari americani trumpisti) i membri di questo futuro Governo (tra cui Salvini e Meloni).

Chi ha sostenuto il Congresso delle famiglie

Insomma una cosa che se fosse successa negli anni Settanta…!

Sono mancati anni di lotte per il rispetto, come se le pari opportunità sarebbero state sufficienti. È mancato un lavoro culturale profondo che accompagnasse i cambiamenti importanti e li sostenesse. Certo, se non ci fossero stati vent’anni di berlusconismo in cui c’è stato un continuo sdoganamento del sessismo, sarebbe stato più facile.

Dicevo che forse la generazione degli anni Settanta è stata più caparbia, più incisiva. O forse le generazioni successive di donne non essendo ben consapevoli dei cambiamenti acquisiti hanno ritenuto di poter abbassare la guardia.

Non voglio però essere pessimista, vedo intorno a me una nuova generazione di giovani donne determinata che forse potrà dar vita ad una nuova ondata di cambiamento, seguita da quegli uomini stanchi di assistere alla mercificazione e oggettificazione del corpo femminile, allo stalking, al cat calling, al bullismo sessista, alla prosecuzione degli stereotipi, alla violenza domestica, verbale, psicologica, economica, sessuale, fisica e ai femminicidi degli altri uomini sulle donne.

3 risposte a “Avanti nei diritti, indietro nel rispetto”

  1. Avatar danielachi58
    danielachi58

    È chiaro che la responsabilità sia collettiva, di una intera società che non è riuscita a scardinare le radici più profonde del patriarcato. Anch’io sono stata spesso fraintesa quando, in occasioni simili, ho parlato di promuovere n primis l’autonomia economica delle donne come base per l’autonomia psicologica, che poi si traduce in indipendenza emotiva, o lo studio, che rafforza l’autostima e le possibilità di non dipendere economicamente dal maschio. Sono stata accusata di far ricadere la responsabilità della violenza sulla donna…ma dove sia il nesso tra le due cose proprio non lo capisco. Perché non si dovrebbe promuovere ogni strumento che affranchi la donna da qualsiasi tipo di dipendenza?

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    1. Avatar La Pizzicallante

      Non ci siamo riusciti a scardinare le radici del patriarcato, forse pensavamo che bastasse che le donne acquisissero diritti perché tutto diventasse alla pari. E poi sai mi sono un po’ stancata di questa cosa di stare attenta a quel che dici per non far ricadere le responsabilità sulle donne.

      Piace a 1 persona

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