Giornalisti e giornalisti, opinionisti e opinioniste, si stanno interrogando su quanto il cosiddetto woke abbia condizionato le elezioni negli Stati Uniti, sottolineando come razzismo ed omofobia abbiano avuto campo libero quando si è cominciato a dire che sarebbe woke negare l’uso di certi termini e deridere il politicamente corretto, chi avrebbe atteggiamenti dogmatici e censori, il woke avrebbe imposto di non nominare più gruppi di persone con termini che loro percepiscono come offensivi (e non credo ci sia necessità che faccia degli esempi di questi termini).
È nato negli Stati Uniti, ma si è diffuso un po’ ovunque, si chiama woke. In Italia si chiama gender, ma sempre di bufala si tratta. Ideologie che in realtà non esistono ma che sono state create ad arte per manipolare e per deridere delle semplici, giuste richieste di non praticare, con il linguaggio ma anche con i fatti, sessismo, misoginia, razzismo, omofobia, discriminazioni varie.
La propaganda derisoria del woke, una parola che, come gender, semplifica, uniforma, banalizza e ridicolizza le giuste richieste, ha funzionato. Ha funzionato perché funziona come gli stereotipi, agisce ad un livello basso dell’informazione e della comunicazione, fa ragionare per slogan tipo oggi non si può dire più niente. Funziona perché tanta gente non vuole capire, non vuole approfondire, non vuole immedesimarsi ma si accontenta di slogan di pancia. Fare propaganda con gli slogan, lo sa bene chi fa pubblicità, è molto più facile che far riflettere con ragionamenti più elaborati. Funziona perché il woke, come il gender, è un modo per rigirare la frittata: non sono io che sono sessista, razzista ecc. ma sei tu che sei esagerato perché mi impedisci di parlare come voglio, esprimere il mio pensiero (lo chiamano libero pensiero ma in realtà sono offese). Chi abbocca al woke vuole limitare le libertà altrui, quelle libertà che sono legittime libertà e non tolgono niente a lui (o a lei).
In realtà però i contestatori di questo esistente o inesistente woke secondo me non sono tanto razzisti o omofobi quando invece sono soprattutto sessisti e misogini.
Trump ha vinto due volte sconfiggendo una donna.
Gli uomini sono disposti a votare le donne solo se sono donne come Meloni.
Con Trump vince anche una certa idea delle relazioni tra i sessi, una certa idea dei ruoli. Lo votano uomini che si sono stancati dei crescenti diritti delle donne e lo votano donne che non sono affamate di pari opportunità, di diritto al consenso, di rispetto, che non si rendono conto di perdere diritti faticosamente conquistati.
Queste donne ritengono inutile lottare per i diritti? O non gliene importa più nulla perché lo trovano ormai non più necessario? Perché si accontentano di ciò che è stato raggiunto?
Trump non le spaventa perché sono abituate ad uomini come Trump, ne è pieno i social, ne è piena la loro vita quotidiana. Uomini che denigrano le donne facendo però loro il complimento di sessismo benevolo, uomini che se le donne stanno nel loro posticino anche online le gratificano di un sorriso.
E non spaventa gli uomini Meloni perché è una donna che deride il femminismo (anche se dovrebbe ringraziare il femminismo se è lì) con battutine tipo capatrena, si nomina al maschile, affronta gli avversari e le avversarie politiche con machismo, grida, deride, insulta.
Sono anni che vado dicendo che il gender è soprattutto una battaglia verso le libertà delle donne, verso le pari opportunità, per sminuire le violenze contro le donne, per attaccarne i diritti, come l’aborto, per negare le tante ancora esistenti disparità, e ne sono sempre più convinta. E lo stesso succede per il woke.
E attenzione, l’uso della parola woke era nata con tutt’altra connotazione, era un invito a non abbassare la guardia, a stare attenti a non perdere i diritti… ci stanno rubando, oltre ai diritti, anche le parole, ma le parole sono altrettanto importanti e qualcuno lo spieghi a Meloni!

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