Se c’è una cosa che la storia ci insegna è come sia sempre possibile tornare indietro perché le conquiste non sono mai guadagnate per sempre. Però anche nel tornare indietro non si cancella mai tutto. A volte ci vuole più tempo, altre meno, ma le conquiste riemergono, anche in modi diversi. Non è mai inutile battersi per i diritti.
È quello che è successo con il woke.
È andata così: a un certo punto le persone democratiche e progressiste hanno cominciato a pensare che non se ne poteva più di sentir usare espressioni denigratorie e discriminanti e alcune di loro hanno cominciato a dire che queste parole non andavano usate. Non si trattava solo di usare soltanto una parola invece di un’altra ma anche di non togliere i diritti a quelle persone, di non bullizzarle, di non discriminarle se si trattava di dare un lavoro, ad esempio, o di averle nella propria classe scolastica. Certo, riconosco che qualche volta si può anche aver esagerato o aver proceduto un po’ troppo velocemente, ma succede quando ci si fa prendere dall’entusiasmo di cambiare le cose in positivo. Questo fatto però, di dare spazio invece di ghettizzare intere categorie di persone, valorizzando le loro capacità anziché permettere che venissero nascoste o lasciate inespresse, non è piaciuto a molti, che quindi hanno cominciato a definire woke il linguaggio esageratamente rispettoso, i comportamenti secondo loro esasperatamente inclusivi e quindi ad attaccarlo come forzatura. Lo hanno definito “politicamente corretto”, si sono lamentati che “non si può dire più niente”. Woke è diventato, per l’opinione comune, un termine negativo… un po’ come dire ministra o ingegnera 🙂
Ma, secondo me, non era l’eventuale esagerazione terminologica che li infastidiva quanto il fatto che combattere il sessismo, il razzismo, l’omotransfobia a queste persone non è mai piaciuto; però, non potendolo ammettere con chiarezza, hanno cominciato a dire che non è importante, per esempio, usare un linguaggio che nomina le donne ma far sì che le donne, per esempio, non siano discriminate. (Anche se, diciamolo, non è che gli fregasse poi tanto che le donne venissero discriminate, ma gli faceva gioco dirlo, specie accompagnando il tutto con espressioni tipo “se meritano veramente!” Le avete mai sentite usare per gli uomini queste parole?). Quindi, per esempio, “chiamiamola pure il presidente una donna, poco importa, in fin dei conti sono solo parole”, secondo loro. Piuttosto, ci ripetono le stesse persone, bisogna pensare alle cose importanti tipo il costo dell’energia o della vita o della mancanza di lavoro o dei posti di letto negli ospedali. (Ah, a proposito, sono le stesse persone che, se marciamo per il diritto delle donne iraniane di non essere uccise se le esce un ciuffo di capelli dal hijab, ci dicono di marciare perché “da noi” non si hanno i soldi per fare la spesa ma qualche giorno dopo ci dicono: “perché le femministe non protestano per l’obbligo di velo?” Oppure che “è inutile fare marce perchè non fanno cambiare il prezzo del gasolio“.
Però è successo, e può succedere ancora, che ci si cominci a pensare davvero, con forza, a rivendicare quelle cose importanti. Cioè che comincino a pensarci tutti e tutte e non solo noi quattro perditempo sempre pronti a protestare, per i diritti civili come per i diritti sociali! Per esempio, è avvenuto negli Stati Uniti, dove molti politici hanno cominciato a parlare in modo insistente e tenace di cose importanti come la sanità pubblica, l’istruzione pubblica, la vita che costa sempre di più per le stesse persone che più ne pagano il costo. E ancora i costi reali e collaterali dei data center o della ricchezza sproporzionata di alcuni, o del cambiamento climatico.
Ma sapete qual è stato l’assurdo? Che a cominciare a parlare sempre più di cose così importanti siano stati le/gli esponenti delle categorie discriminate, le donne soprattutto e in particolare le donne appartenenti alle minoranze culturali. E sono state elette, come governatrici e come senatrici. Donne nere, latino/americane, appartenenti alle comunità nativo americane. Più appartenevano a categorie discriminate dall’amministrazione Trump più venivano votate.
Il woke in senso positivo ha fatto decidere loro di esserci, di battersi e il woke in senso dispregiativo ha dato le energie per provare ad operare un ribaltamento, ha fornito le parole, ha fatto nascere il desiderio, operando in modo nascosto. Più l’amministrazione Trump operava contro le donne, cercava di cambiare la storia e i progressi, nascondeva la cultura delle loro minoranze di appartenenza, più ha dato loro forza.
Sapete cosa penso? Che la sciocca battaglia contro il woke abbia dato una mano al cambiamento, perchè ha aumentato la consapevolezza di doversi battere. Il woke non è stato tanto importante in quanto essere un obiettivo ma in quanto essere uno strumento di consapevolezza di essere dalla parte giusta della storia e di essere le persone giuste per poter combattere per le “ben altre” cose importanti.

Rispondi