Per Anna e le altre bambine e ragazze le comunità erano case grandi. Case ordinate. Case con troppe stanze uguali, forse, ma pur sempre case.
La prima volta che aveva varcato la soglia di una comunità, Anna si era aspettata corridoi grigi e porte chiuse a chiave. Invece aveva trovato buon odore di cucina, scarpe ammucchiate all’ingresso, risate provenire da una stanza in fondo.
Le bambine potevano tenere i loro vestiti. Non c’erano uniformi. Alcune mescolavano abiti ereditati dalle grandi con felpe colorate ricevute in dono. Sopra i letti c’erano fotografie, biglietti piegati, braccialetti intrecciati tra di loro. Ogni comodino era diverso dall’altro.
I tablet non erano proibiti. Anzi, erano strumenti preziosi.
«Usateli bene» ripeteva spesso Laura, una delle educatrici. «Il mondo è grande. Non lasciate che ve lo raccontino solo gli altri.»
Le donne che lavoravano lì non erano carceriere. Non immaginatele come delle zia Lidia. Erano stanche, a volte, ma presenti. Preparavano il tè la sera. Chiedevano com’era andata la giornata. Si sedevano sul bordo dei letti quando qualcuna faceva fatica ad addormentarsi.
Una sera Anna aveva sentito Teresa, la più anziana, dire a bassa voce a una bambina che non riusciva a smettere di piangere:
«Non sei qui perché hai sbagliato qualcosa. Sei qui perché gli adulti stanno ancora imparando.»
Le comunità non erano confortevoli come una casa propria, le stanze erano condivise, gli orari erano precisi, le decisioni collettive. Ma non c’era durezza gratuita. Non c’era umiliazione.
C’era, semmai, una strana forma di solidarietà.
Le più grandi aiutavano le più piccole con i compiti. Si organizzavano giochi improvvisati. Leggevano ad alta voce la sera. Condividevano segreti sussurrati sotto le coperte.
Anna raccontava tutto questo a Mia e Nina.
Mia credeva che Anna dovesse portarvi consapevolezza ma Anna le spiegava che la consapevolezza era già lì.
Le bambine non erano ingenue. Sapevano perché esistevano le comunità. Sapevano che fuori c’era un mondo che non aveva saputo proteggere tutte allo stesso modo.
Ma non parlavano con rabbia. Parlavano con lucidità.
Un pomeriggio, durante un collegamento online con le altre ragazze della rete, una delle più piccole aveva chiesto:
«Se un giorno le cose cambieranno, noi potremo scegliere dove vivere?»
Mia aveva esitato solo un secondo.
«Sì. È per questo che restiamo unite.»
La bambina aveva annuito, come se fosse una risposta sufficiente.
Le educatrici non interferivano. Non controllavano ogni parola. Ascoltavano. A volte restavano in fondo alla stanza, fingendo di sistemare libri, ma in realtà partecipando.
Non nascondevano sempre i propri rimpianti.
«Avrei voluto un mondo più semplice per voi» aveva detto un giorno Laura, «ma forse sarete voi a renderlo tale.»
Mia aveva capito che le comunità, senza averlo voluto, stavano facendo qualcosa di potente. Nessuno aveva pensato di controllarle. Erano solo bambine.
E intanto le comunità avevano insegnato alle bambine a convivere, a organizzarsi, a condividere risorse, a parlare una alla volta, a decidere insieme.
Avevano insegnato loro che l’affetto può essere moltiplicato, non diviso.
Non erano luoghi di addestramento alla sottomissione, ma, quasi per errore, erano laboratori di autonomia.
La sera, quando le luci si abbassavano e restava solo il brusio delle conversazioni sottovoce, Anna sentiva che lì stava crescendo qualcosa di solido. Non rabbia o vendetta ma competenza.
Le bambine delle comunità sarebbero state pronte, non perché avevano sofferto di più, ma perché avevano imparato, insieme, a non sentirsi sole.

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