Primavera, guerra, crisi energetica e referendum

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Oggi inizia la primavera. Il pensiero corre a prati verdi, fiori che spuntano nei campi e sui rami, rondini che cominciano a volarci intorno garrendo… ma no, azzeriamo tutto.

È difficile pensare al volo delle rondini mentre, non lontanissimo da noi, in cielo sfrecciano razzi e volano droni. E il paesaggio che vediamo al telegiornale (per nostra fortuna solo al telegiornale) non è fatto di prati verdi, ma di case distrutte e persone sfollate.

I fiori sugli alberi e nei prati ci sono, è vero. Ma, con quel che costa la benzina in questi giorni, ci si pensa due volte prima di lasciare la città per una gita in campagna e ammirare la natura che si risveglia.

Fa rabbia pensare a quanto ci costa un pieno, ma allo stesso tempo ci sentiamo in colpa se il pensiero corre alle persone decedute e sfollate, dopo Gaza, in Paesi come l’Iran, il Libano, l’Iraq. E anche Israele. Ci sentiamo vicini a quella parte della popolazione che la guerra ce l’ha in casa. E allora cosa sarà mai chiedersi quanto potrà ancora aumentare il prezzo del carburante?

Alcune cose, però, sono certe: il gasolio costa ormai più della benzina, anche per via delle accise tra le più alte d’Europa. Inoltre, siamo solo a metà della classifica dei Paesi UE per produzione di energia da fonti rinnovabili, guidata da Svezia, Danimarca e Finlandia. Ma anche Austria, Portogallo e Spagna producono molto più di noi.

Eppure, da noi sole e vento non mancano. Al di sopra della media nazionale c’è la mia regione, la Puglia, che detiene il primato per produzione fotovoltaica e potenza eolica installata. Indubbiamente grazie all’irradiazione solare e all’estensione costiera, che garantisce una ventilazione costante (circa il 20% dell’eolico nazionale è prodotto nella provincia di Foggia). Ma è innegabile anche l’impegno delle amministrazioni regionali negli ultimi decenni, a partire da quelle guidate da Vendola. Teniamolo presente.

Di guerra, accise e crisi energetica, però, si parla tutto sommato poco rispetto al tema che negli ultimi mesi ha preso il sopravvento ed è ora al culmine: il referendum sulla riforma della giustizia.

Oggi è giorno di silenzio elettorale, dunque non esprimo opinioni, se non sulla pessima campagna condotta dalla maggioranza di governo (con qualche caduta di tono anche da parte dell’opposizione). In compenso, abbiamo scoperto di avere parenti, vicini di casa, compagni di calcetto, parrucchiere e barbieri tutti costituzionalisti. Il che sarebbe anche commovente, se davvero tutti coloro che ne parlano avessero letto la Costituzione, o se il referendum avesse rappresentato un’occasione per farlo.

Il silenzio elettorale, però, viene aggirato dai video del podcast di Fedez. La Presidente del Consiglio è stata abile a parteciparvi, ottenendo diversi risultati: niente contraddittorio, un’audience giovane (a parte quelli che non ha autorizzato a votare fuori sede) e contenuti destinati a circolare anche nei giorni di silenzio elettorale.

Si è parlato di una strategia “win-win”: Meloni avrebbe raggiunto un pubblico giovane, solitamente lontano dai talk show, mentre Fedez avrebbe ottenuto la massima legittimazione per il suo nuovo progetto editoriale. Eppure, mi sono bastati pochi minuti per trovarlo di una noia mortale: più un “lose-lose”, direi. Non si possono mettere insieme tre persone per un dialogo se manca la volontà, e soprattutto la capacità, di individuare qualche frottola e farla notare. A quel punto, tanto valeva un monologo. O forse lo era.

Resta comunque un passaggio importante, al di là di chi ne abbia tratto vantaggio: un momento significativo di staffetta tra media tradizionali e media digitali.

Un pensiero alla vicenda Del Mastro, uno dei protagonisti della riforma della giustizia oggetto di referendum che abbiamo scoperto essere comproprietario di un ristorante con una prestanome diciottennne di un mafioso.

Infine, due giorni fa è morto Umberto Bossi. I più giovani forse neanche lo ricordano, eppure a lui si devono la nascita di una certa volgarità politica, la legittimazione di un razzismo esplicito (prima rivolto ai meridionali), l’esaltazione di un populismo in canottiera e lo spregio per le istituzioni democratiche. E probabilmente anche l’inizio di un clima di odio, di contrapposizione continua, di mancanza di rispetto per gli avversari.

Non cedo all’ipocrisia di onorare comunque un defunto. C’è ci ricorda che era antifascista. Io direi piuttosto che apparteneva a un tempo in cui l’antifascismo era ancora un valore condiviso, e sarebbe stato impensabile fare politica nelle istituzioni senza dichiarare di esserlo.

Vi auguro buon fine settimana, ma soprattutto buon voto!

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