Mi infilo nel dibattito tra Recalcati e De Gregorio su quella che loro chiamano Educazione alla sessualità e all’affettività, spero con un po’ di concretezza, che poi è quella che ci serve.
Il 2 novembre Recalcati scrive un articolo per Repubblica. Riassumo in breve: con il Sessantotto e la Rivoluzione sessuale abbiamo liberato il desiderio, però, negli anni, fino ad oggi, all’educazione sessuofobica si sarebbe introdotto un nuovo tipo di oscurantismo che consisterebbe nel ridurre la sessualità a fenomeno da spiegare e nella sua colonizzazione da parte di ideologie ugualmente identitarie che pretendono di racchiudere il suo mistero all’interno di categorie fatalmente rigide. Sicché quindi secondo Recalcati la sessualità non si può insegnare a scuola perché non si può ridurre a un sapere tecnico, (non sarebbe neanche facile dire chi dovrebbe insegnarla) perché il desiderio non è un sapere rigido, la sessualità non è un sapere universale ma un’esperienza e, soprattutto, un mistero. Dice anche, e qui condivido, che l’educazione affettivo-sessuale è un obbiettivo trasversale e non una materia, che Freud ci ha insegnato che è una cosa complessa, che ogni persona deve soggettivizzarla e poi passa a dire che non esiste una sessualità normale e che qualsiasi identità sessuale non salva dal rischio dell’infelicità.
Insomma, secondo me fa un bel minestrone. Un minestrone astratto che mette insieme le informazioni pratiche sul sesso (che non devono assolutamente essere un mistero), sessualità e desiderio che sono due cose nella pratica diversissime ed è molto pericoloso metterle insieme, educazione sessuale ed affettiva che sono altrettanto diverse (e qui sbagliano tutti e tutte a metterle insieme), identità sessuale e felicità che è poco attinente. La mia impressione è che dica anche cose molto giuste ma assolutamente scollate dalla realtà che ci racconta di malattie sessuali in aumento già a 13 anni, gravidanze precoci, stupri di adolescenti commessi da adolescenti, controllo, violenza, bullismo eccetera eccetera.
Tutte cose che si possono e si devono prevenire, se non a scuola dove? E questo è il senso della risposta di De Gregorio del 3 novembre, che giustamente ricorda che l’educazione alla sessualità avviene su YouPorn, che queste tematiche potrebbero trattarle insegnanti e professionisti preparati. Ci ricorda l’importanza di insegnare il consenso, di difendersi dal controllo, però, per fare un esempio ci parla del quadernetto in cui alle elementari la maestra faceva scrivere quel che faceva soffrire. E mi sembra un po’ scollata dalla realtà perché parla, come se non ci fosse, di qualcosa che invece c’è, esiste, si fa, da parte di migliaia di volontarie (e qualche volta volontari). Si fa spesso proprio come lei auspica, partendo da arte e letteratura, musica e cinema, ma anche discutendo e raccontando esperienze, desideri, emozioni.
Il 4 novembre Recalcati risponde. Ribadisce che non può esistere una materia chiamata educazione perché a scuola tutto è educazione (e su questo siamo d’accordo) e tale educazione dovrebbe scaturire dalla stessa vita scolastica ed essere agganciata alla didattica (beh, certo che deve esserlo… peccato che Recalcati non abbia mai ascoltato un intervento con i/le giovani della docente Graziella Priulla, giusto per fare un nome, o assistito ad un corso di formazione per insegnanti di Toponomastica femminile!… forse saprebbe di cosa sta parlando!). Invece no, continua a evocare negativamente una educazione strutturata alla sessualità o all’affettività, che penso non voglia nessuno/a. Conclude dicendo che ciò che previene non è il sapere ma due condizioni di base: la testimonianza di base di genitori o altri adulti di riferimento e l’esistenza di una scuola come comunità che educhi al desiderio come impegno e vocazione.
Per carità, dicono anche cose giuste eh! Ma sono scollati dalla realtà! Entrambi fanno citazioni dotte e discorsi di alto livello culturale ma viene da chiedersi se si sono mai incontrati o scontrati con un tredicenne che ti dice, bello convinto, che una donna che tradisce merita di essere punita o una quattordicenne che accetta il controllo perché lui lo esercita perché la ama. Lo sa Recalcati chi sono i genitori di questi ragazzi e queste ragazze che lui vorrebbe portare come testimoni, che di mistero ce ne è fin troppo e che parlare di desiderio prima che di rispetto può creare un grande equivoco? Lo sa che i padri di questi ragazzi sono quelli che diffondono sul web meme sessisti e ridono delle battute misogine?
Ma sì, è chiaro che le ‘educazioni’ non si insegnano a scuola ma che ad esse già la scuola provvede come provvede ad educare al rispetto o alla convivenza civile. Quel che serve è un supporto alla scuola, ad insegnanti, che può essere fornito dalle tante persone competenti in materia, ad esempio tutte coloro che lavorano nei centri antiviolenza e nelle associazioni di supporto. Non per insegnare, ma per discutere, confrontarsi, ascoltare con modalità non didattiche e cattedratiche. Cose che in effetti in piccola misura già avvengono ma che si corre il rischio di non poter più fare a causa delle disposizioni ministeriali, invece che incoraggiarle e promuoverle. Poi è chiaro che sessismo e misoginia vanno combattuti ovunque e non solo a scuola.
E poi c’è il grande equivoco delle parole, educazione sessuale ed educazione alla sessualità sono due cose diverse, educazione affettiva di per sè non dice nulla, così come non dice nulla educazione sentimentale. Preferisco parlare di educazione di genere, il perché l’ho spiegato qualche giorno fa sempre su questo blog. E preferirei che ne parlasse chi la pratica quotidianamente, volontariamente, fra mille difficoltà. In maniera concreta, pratica, superando le definizioni ma andando al nocciolo dei problemi. La foto di copertina è tratta da un incontro tenutosi in un istituto tecnico di provincia, in una classe tutta maschile (chiediamoci perché esistono scuole frequentate solo da maschi!). I ragazzi dovevano creare un meme sessista verso gli uomini, hanno chiesto aiuto a ChatGPT ed hanno scoperto con grande meraviglia che, scrivendo nel prompt uomo e meme, uscivano meme non sessisti ma scrivendo donna e meme non ce ne era uno che non lo fosse perché, in quel caso, uomo equivaleva a soggetto dell’umanità e donna a parte dell’umanità da sessualizzare, irridere, deridere. E da lì sono nate interessantissime discussioni sugli stereotipi, sul linguaggio, sul sessismo. Non insegnamenti ma confronto, discussioni, prese di coscienza, acquisizione di consapevolezza.
Stamattina, leggendo la replica di Recalcati, mi è venuta in mente una canzone dei miei tempi, di Celentano. Io non so parlar d’amore, l’emozione non ha voce. Mi è parsa una bella suggestione, e l’ho googlata ed ascoltata. E ho trovato frasi come se tradisci non perdono o siamo due legati dentro da un amore che ci dà la profonda convinzione che nessuno ci dividerà. Una convinzione pericolosa, non meno del non perdonare il tradimento, così forte da far dimenticare altre parole della canzone come amore, fiducia, sincerità. Questa è stata la nostra educazione sentimentale, o affettiva, chiamatela come volete. E poi il cinema (ricordate Indiana Jones che prende la ragazza al lazo come fosse una vacca?) e naturalmente la pubblicità, come quella dell’uomo che non deve chiedere mai? Per non parlare di tutte quelle che riducono le donne a pezzi di corpo. E la televisione? Ormai più generazioni sono cresciute vedendo ragazze seminude accanto ai vestitissimi presentatori. I social oggi sono solo la prosecuzione di tutto ciò.
Ecco cosa bisogna fare con i ragazzi e le ragazze: smontare stereotipi, insieme a loro, più che di desiderio parlare di rispetto (per sè e gli altri), rompere il mistero del sesso per fornire informazioni, fornire strumenti, corsi, informazioni ad insegnanti per trattare questi temi interdisciplinariamente, dare loro la possibilità di coinvolgere competenze esterne. E nel frattempo educare gli adulti, e dicendo “educare gli adulti” si comprende bene che educare non vuol dire insegnare una materia ma provocare un cambiamento.

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