Le donne statunitensi, il cognome del marito e la tassa sul voto

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Mi ha sempre fatto specie che negli Stati Uniti le donne, anche quelle più indipendenti ed emancipate, assumano il cognome del marito. Il che vuol dire che lo cambiano proprio, non come succedeva fino a qualche decennio fa da noi quando a un cognome al massimo se ne aggiungeva un altro, per cui la signora Maria Rossi veniva nominata, a volte, Maria Rossi in Bianchi, ma restava sempre Maria Rossi sui documenti. Mia nonna, insegnante elementare nata all’inizio del Novecento, è sempre stata conosciuta con il suo cognome di nascita.

Invece, negli Stati Uniti lo cambiano immediatamente, lo vediamo anche nelle serie TV, una dottoressa appena si sposa viene all’istante chiamata con il cognome del marito, sono velocissimi tutti e tutte ad abituarsi. 

Il motivo concreto pare che sia soprattutto di ordine pratico, una scelta spesso dettata da motivi legali, come l’ottenimento di prestiti bancari, la stipulazione di assicurazioni, o semplificazioni nell’ottenimento di agevolazioni fiscali. O ancora, viaggiare con figli/e che hanno sui documenti il nome del padre. Proprio ieri su Facebook ho letto una donna raccontare che, dopo essersi sposata, non ha potuto usufruire dell’assicurazione del marito, allargata alla moglie, perché non aveva il suo stesso cognome. E, leggendo tanti altri commenti, ho capito perché facilmente decidono di prendere il cognome del marito e nello stesso tempo come questa adesso stia per diventare una trappola.

Ma non sto parlando di tutto questo, solo per riflettere su qualcosa su cui le donne americane sono indietro e che risale alle abitudini inglesi del basso medioevo e va sotto il nome di “coverture“, una dottrina legale per cui, in materia di matrimonio, i diritti e gli obblighi legali di una donna venivano assorbiti dal marito.

Questa storia del cognome, infatti, al momento non è solo un tema di discussione, ma rischia di diventare un vero problema di diritti, che può compromettere il diritto di voto delle donne statunitensi sposate, perché quattro democratici centristi si sono uniti ai repubblicani per proporre il disegno di legge, noto come Safeguard American Voter Eligibility, o SAVE, Act. Per approvarlo al Senato, sette democratici dovrebbero unirsi ai repubblicani. E in tutto questo c’è anche un problema di gerontocrazia del partito Democratico.

Il disegno di legge della Camera, che è stato approvato con 220 voti contro 208 contrari, ordinerebbe agli Stati di ottenere una prova di cittadinanza, come un passaporto o un certificato di nascita, da coloro che si registrano per votare. Richiederebbe anche agli Stati di rimuovere i non cittadini dalle loro liste elettorali. L’obiettivo principale, o perlomeno l’obiettivo dichiarato, è quello di impedire di votare a chi non ha la cittadinanza quindi sarebbe rivolto, nominalmente, soprattutto contro gli immigrati.

In realtà, secondo il New York Times, uno studio del Brennan Center for Justice della New York University ha esaminato 23,5 milioni di voti espressi durante le elezioni presidenziali del 2016 e ha trovato solo 30 sospetti di potenziali voti di non cittadini.

I democratici che si oppongono al disegno di legge lo definiscono uno sforzo inutile per affrontare una pratica rara che è già illegale. E hanno avvertito che la legislazione avrebbe sostanziali conseguenze non intenzionali, rendendo più difficile per grandi fasce di americani, comprese le donne che cambiano il loro nome al momento del matrimonio, votare.

I repubblicani costringerebbero gli americani a un incubo di scartoffie, seppellendo la registrazione degli elettori sotto una montagna di burocrazia e burocrazia”, ha detto il rappresentante Joseph D. Morelle dello Stato di New York.

Soprattutto sarebbe un problema per le donne sposate i cui certificati di nascita hanno nomi che non corrispondono ai loro attuali nomi legali quali risultano da documenti, come la patente, al momento utilizzabili per votare. Sarebbe necessario il passaporto, che non tutte e tutti hanno perché è molto costoso, o sarebbe necessario dover richiedere il certificato integrale di nascita. Tutte cose sia economicamente costose che impegnative dal punto di vista burocratico, che possono scoraggiare dal voto donne che non sono fortemente motivate, donne che appartengono ad una categoria a basso reddito,  per le quali anche affrontare le spese per un passaporto diventa impegnativo, ma che sono proprio quelle che più probabilmente non voterebbero per i repubblicani.

In pratica si tratta di una poll tax, una tassa sul voto, se la vediamo dal lato economico. E, essendo a conoscenza di come Trump sta limitando i diritti delle donne, non è difficile pensare che voglia impedire di votare alle donne che non voterebbero per lui o per i repubblicani.

Sei una donna che ha cambiato nome quando ti sei sposata?” Ha scritto Hillary Rodham Clinton in un messaggio sui social media. “Il Congresso sta prendendo in considerazione un disegno di legge che potrebbe renderti molto più difficile votare“. Il suo post ha esortato le donne a chiamare i loro rappresentanti del Congresso per opporsi al disegno di legge, e dopo che la misura è stata proposta, ha aggiunto un altro messaggio incoraggiandole a “assicurati che i tuoi senatori sappiano che ti aspetti che si oppongano“.

Con il voto di giovedì scorso, è stata la seconda volta in due anni che il disegno di legge è stato proposto alla Camera ma, la volta precedente, è finito in nulla al Senato, guidato dai democratici. Ma possiamo avere fiducia nel fatto che molti rappresentanti democratici non lo voterebbero? Fiducia di questi tempi non ve ne è. Inevitabile pensare a Il racconto dell’ancella, di cui tanto si parla in queste settimane, sia perché è in uscita l’ultima stagione della serie, sia perché pare che, da serie distopica, sia diventato un manuale di istruzioni! Proprio Il racconto dell’ancella ci fa riflettere su come tanti uomini, meno conservatori, possano improvvisamente voler combattere i diritti delle donne.

Ho messo in grassetto il riferimento a conseguenze non intenzionali, ma non penso affatto siano non intenzionali. Tra l’altro era stato persino proposto un emendamento che avrebbe tutelato il diritto di voto delle donne sposate, ma i repubblicani hanno votato contro. Anche le repubblicane. Anche questo non intenzionalmente?

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