Capitolo 7 – 12 Gennaio 2050 La determinazione di Mia

Published by

on

Continua dal capitolo 6

Mia aveva nove anni.

Max era già entrato nell’età in cui le domande diventano pericolose.

La vita della famiglia di Emma e Giovanni scorreva in quella forma di normalità che si ottiene per adattamento, non per serenità.

Emma lavorava più di prima. L’avvicinamento ottenuto qualche anno prima, concesso per ottimizzazione familiare delle risorse produttive, le aveva ridotto i tempi di spostamento. Le ore risparmiate si erano trasformate in straordinari. Gli straordinari in compensazione. Il reddito di Giovanni, intanto, si era assottigliato fino a diventare molto esiguo. Non era un buon periodo per scrittori e giornalisti. Le informazioni circolavano già filtrate, corrette, armonizzate prima ancora di nascere. E l’intelligenza artificiale produceva testi più veloci, più allineati, meno problematici. Giovanni continuava a scrivere, ma pubblicare non significava più guadagnare.

Il lavoro di Emma, al contrario, era diventato sempre più richiesto perché le difficoltà dei superpapà singoli crescevano di anno in anno. All’inizio erano stati celebrati. Poi, lentamente, erano diventati un problema. Gli uomini soli avevano scoperto che crescere una bambina richiedeva tempo, continuità, attenzione non intermittente. Qualità che il sistema non aveva previsto nel pacchetto di incentivi.

Quando i posti negli asili nido cominciarono a diminuire, la Ministra per l’Aumento della Natalità Nazionale intervenne con un decreto urgente: posti riservati alle figlie dei superpapà. La misura fu accolta con entusiasmo mediatico. Funzionò meno nella pratica. Gli asili restavano a pagamento, anche se a tariffa calmierata.

Vivere con un solo stipendio restava complicato.

E a casa, fuori dalle statistiche, molte bambine passavano ore davanti a schermi educativi certificati.

Alcuni superpapà, persino tra i più convinti sostenitori del nuovo ordine, arrivarono a formulare una domanda inattesa: come avevano fatto, per decenni, le donne a reggere tutto?

La domanda non ebbe risposta pubblica.

Intanto le segnalazioni aumentavano.

Bambine trascurate. Bambine troppo silenziose. Bambine lasciate sole più del consentito.

Le assistenti sociali intervenivano.

Emma era una di loro.

Il giorno del nono compleanno di Mia, Emma tornò a casa esausta ed arrabbiata. Quel pomeriggio aveva accompagnato il capo del suo dipartimento nell’ennesima ispezione.

Il papà era un uomo sulla quarantina, rasato, camicia ancora infilata nei pantaloni da ufficio. Sorriso teso. Odore di disinfettante recente.

L’appartamento era ordinato in modo meticoloso. Non pulito, ordinato. I giochi erano allineati su una mensola bassa. Il frigorifero riportava una tabella magnetica con orari, menu settimanale, minuti di attività motoria consigliata. Tutto compilato.

Emma chiese: «Dov’è sua figlia?»

La bambina era seduta sul divano. Sei anni, forse sette. Capelli raccolti troppo stretti. In grembo teneva un tablet acceso su un programma educativo.

Non alzò lo sguardo quando Emma entrò.

«Ciao,» disse Emma, abbassandosi alla sua altezza. «Posso sedermi qui?»

La bambina fece un cenno quasi impercettibile.

Emma osservò le mani. Un’unghia mangiata fino alla pelle. Un cerotto recente. Nessun segno evidente di trascuratezza. Nessun livido. Nessun allarme oggettivo.

«Ti piace la scuola?»

La bambina scrollò le spalle.

Il padre intervenne: «Ha risultati nella media. Forse sopra. È molto autonoma.»

Emma si guardò intorno. Nessuna foto alle pareti, a parte il certificato di nascita incorniciato con il logo del programma graviballo. Nessun disegno infantile appeso. Nessun disordine spontaneo.

«Passa molto tempo con il tablet?» chiese Emma.

«Solo il necessario. È formativo. E poi io lavoro. Non ho reti familiari. I miei genitori non approvavano la scelta.»

Emma annotò mentalmente: isolamento.

Si rivolse di nuovo alla bambina. «Con chi parli quando sei triste?»

Silenzio.

Il padre sorrise, come se fosse una domanda ingenua. «Non è una bambina triste.»

La bambina, finalmente, alzò gli occhi.

Non c’era paura. C’era assenza.

Emma sentì quel vuoto come una corrente fredda.

Compilò il modulo sul tablet di servizio.

Parametri nella norma. Condizioni igieniche adeguate. Nutrizione conforme.

Alla voce benessere emotivo esitò un secondo di troppo. Poi selezionò: monitoraggio consigliato.

Si alzò. «Torneremo tra qualche settimana.»

Il padre annuì, sollevato e infastidito insieme. «Sto facendo del mio meglio.»

«Lo so,» rispose Emma. E non mentiva.

Pensò a Mia. A come riempiva la casa di domande. A come lasciava i quaderni aperti sul tavolo. Al rumore dei suoi passi quando correva verso la porta.

Tornata a casa, raccontò a Giovanni la sua giornata.

«Oggi tre segnalazioni, oltre ad una visita domiciliare che mi ha avvilito» disse Emma senza sedersi.

Si tolse il cappotto e lo lasciò sulla sedia. Restò in piedi, come se il corpo non volesse ancora fermarsi.

«Una dalla scuola dell’infanzia, due dalla primaria. Malnutrizione. Febbre alta ignorata. Una bronchite avanzata. Un’altra con la schiena piena di vescicole.»

Giovanni mescolava l’impasto della torta per il compleanno di Mia, in silenzio.

«Le abbiamo prelevate noi. Visite mediche. Colloqui. Relazioni per l’affido.»

Non disse allontanamento. Disse affido. Era la parola corretta.

«Famiglie bigenitoriali disponibili quasi zero. Le comunità sono piene. Ogni mese aprono una nuova ala, ma non basta.»

Si fermò un istante.

«E non puoi nemmeno biasimarli. Con un solo stipendio si sopravvive. Accogliere un’altra bambina è un lusso.»

Giovanni versò l’impasto nella tortiera. «E segnalazioni infondate?»

«Una oggi. Due papà. Attenti, presenti. La bambina stava bene. Ma intanto il controllo resta. Resterà.»

Dopo un po’, il forno si spense con un clic secco.

«I nodi stanno venendo al pettine,» disse lui. «È assurdo che ci siano voluti più di vent’anni.»

Lo diceva da vent’anni.

Stiamo toccando il fondo. Peggio di così non può andare.

Ogni volta suonava definitivo. Ogni volta non lo era.

Emma non rispose. Prese la sac-à-poche e iniziò a tracciare le trecce arancioni sulla torta.

Avevano scelto Pippi Calzelunghe. Mia la adorava. La nonna le aveva regalato i vecchi libri, quelli veri, con le pagine ingiallite e l’odore di carta che resisteva alle stagioni.

I libri erano diventati oggetti rari. Non vietati, non ce n’era stato bisogno. Erano semplicemente scivolati via.

I bambini non leggevano più: guardavano narrazioni fluide, generate, corrette in tempo reale dall’intelligenza artificiale. Storie senza attrito, senza ambiguità. Più simili a serie che a romanzi.

Anche la scuola aveva seguito la corrente: testi ibridi, metà video e metà voce sintetica. Interattivi, adattivi, innocui.

Resistevano copie di qualche libro sacro, la Bibbia esposta negli studi professionali come segno di rispettabilità. Qualche volume giuridico rilegato in pelle. Manuali scientifici stampati in tirature simboliche. Decorazioni.

Un secolo prima, qualcuno aveva immaginato un mondo in cui i libri venivano bruciati.

Non li avevano bruciati. Li avevano lasciati evaporare.

Emma finì di decorare gli occhi di Pippi. Due puntini neri, storti, imperfetti.

«Almeno lei resta indisciplinata,» mormorò.

Giovanni la guardò senza sorridere. «Finché qualcuno la legge.»

E per un istante ebbe la sensazione che la torta fosse un atto clandestino.

Mia irruppe in cucina.

Emma fece appena in tempo a coprire la torta con un canovaccio. Giovanni spense la luce sopra il tavolo.

«Non mi interessa,» disse Mia, prima ancora che potessero fingere normalità.

Non stava piangendo.

Era rigida.

«Anna non viene.»

Silenzio.

«La portano via.»

Emma sentì il corpo irrigidirsi prima del pensiero. «Portano dove?»

«In comunità. Forse in un’altra città.»

La parola restò sospesa nell’aria: comunità.

Giovanni ed Emma si guardarono. Lo stesso pensiero, lo stesso incredulo rifiuto: Enzo?

Conoscevano Enzo, il superpapà di Anna, anzi, era un loro caro amico.

Lo avevano visto restare in piedi dopo l’incidente che gli aveva portato via il compagno. Lo avevano visto imparare a intrecciare i capelli, a insegnare a fare i conti, a leggere ad alta voce ogni sera. Anna era cresciuta allegra, curiosa, piena di domande.

Uno dei superpapà più presenti che conoscessero.

Ma le presenze, ultimamente, non bastavano più.

Qualche mese prima era entrata in vigore la nuova dichiarazione obbligatoria: per accedere al graviballo bisognava attestare di non essere omosessuali. Non era mai piaciuto del tutto ai governanti che i papà omosessuali potessero accedere al graviballo, non vedevano di buon occhio l’omosessualità, ma tutto sommato avevano lasciato che accedessero alla tecnica perché il problema demografico era enorme.

L’omogenitorialità era considerata sempre più contronatura. Il graviballo, invece, restava perfettamente naturale.

Emma si chinò verso Mia. «Sai perché hanno deciso così?»

Mia parlò senza esitazione, come se avesse memorizzato un verbale.

«Il direttore ha detto che Anna non era nutrita adeguatamente. Due volte senza pranzo.»

«Ma non è vero,» aggiunse subito. «Se l’è dimenticato lei. Per il compito di matematica. L’aveva lasciato sul tavolo.»

Con un gesto brusco lanciò a terra lo zaino rosa. Il rosa considerato giusto per le bambine. Quello che Emma e Giovanni avevano insistito a comprare.

«Lo odio. Odio questo zaino. Odio Gianna che ha fatto notare che Anna non aveva il pranzo. Odio la maestra che ha chiamato il direttore. Odio il direttore che ha avvisato il dirigente di quartiere.»

Respirava veloce.

«Voglio vivere come quando eravate piccoli voi. Voglio essere come Pippi. Lei non la portava via nessuno, e viveva da sola.»

Emma abbassò gli occhi sullo zaino. Una cosa piccola. Un compromesso minuscolo. Come tanti altri.

Per anni si erano limitati a commentare. A indignarsi a bassa voce. A scrivere nei gruppi chiusi, nei social pirata, tra persone che la pensavano allo stesso modo.

Avevano difeso la loro calma domestica.

Avevano lasciato scorrere.

Max entrò senza parlare. Guardò la sorella, guardò lo zaino a terra.

Non fece discorsi. La abbracciò.

Mia si lasciò stringere. Non pianse. Le mani chiuse a pugno contro la schiena del fratello.

Fu lì che qualcosa prese forma.

Non rabbia momentanea. Non capriccio.

Determinazione.

La festa fu tutto tranne che una festa. Candeline spente senza entusiasmo. Foto rapide con sorrisi di circostanza.

Poi Mia si chiuse in camera. Accettò solo la nonna Michela.

«Raccontami com’era prima,» chiese.

Non chiese quando eravate giovani. Disse prima.

La nonna le raccontò di come era struggente l’arrivo della primavera. Delle rondini basse sul cielo. Dell’odore dell’erba tagliata. Delle spighe di grano a giugno che graffiavano le gambe. E le raccontò della dolcezza dell’autunno, dell’aria che via via rinfrescava, gli alberi che un po’ alla volta perdevano le foglie e di come la mamma, Emma, da bambina, si divertisse a correre sulle foglie cadute facendole scrocchiare.

Mia ascoltava come si ascolta una fiaba.

C’era una volta… la frase che un tempo introduceva le più belle fiabe e che ora veniva usata per raccontare un tempo che non c’era più.

Ma, mentre la nonna parlava, Mia capì una cosa semplice: se quel mondo era esistito, allora non era impossibile. Bastava volerlo di nuovo.

Lascia un commento

Scopri di più da L A P I Z Z I C A L L A N T E

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere