Intanto ne terzo mondo
Clicca qui per leggere il Capitolo 4
Se vuoi, puoi anche ascoltare questo capitolo
Gli anni passavano.
Più Mia e Max crescevano, più Emma e Giovanni avevano la sensazione che il mondo, almeno quello al di sopra dell’Equatore, si stesse restringendo. Non in estensione, ma in possibilità.
Non era solo più caldo. Era più stretto.
Bambini e bambine meritano desideri grandi. Il problema era che, attorno a loro, i desideri si erano fatti prudenti.
Anche il ruolo di genitori si era fatto incerto. Proteggere significava adattarsi? Oppure opporsi?
Una sera d’estate, una delle tante che non finivano mai, erano abbracciati sul divano. Il condizionatore ronzava senza riuscire a vincere davvero i trentacinque gradi che restavano incollati ai muri anche dopo il tramonto.
Giovanni parlò senza staccare gli occhi dal soffitto. «Forse sto sbagliando tutto.»
Emma non si mosse. «Cosa?»
«Continuo a raccontare com’era quando eravamo piccoli. I prati, i libri, le stagioni vere. Forse li sto rendendo inadatti a questo mondo. Che per quanto sia brutto… è il loro.»
Emma rimase in silenzio qualche secondo. «Non possiamo fingere,» disse poi. «Non saremmo credibili.»
Una pausa. «E magari saranno proprio loro a cambiarlo.»
Giovanni la guardò. Non capiva da dove le venisse quella forma ostinata di fiducia. Era lei che vedeva le comunità, le relazioni, le bambine che sparivano dai registri familiari. Era lei che toccava ogni giorno gli effetti delle politiche che promettevano di difendere la famiglia.
«Ti rendi conto,» disse lui, «che adesso siamo noi a difendere la famiglia tradizionale?» La parola tradizionale suonava straniera.
«Erano contro i genitori single. Contro l’aborto. Contro la fecondazione assistita. Contro tutto. E adesso usano le nostre battaglie contro di noi.»
Emma annuì lentamente. «Non era mai stato per la famiglia. Era per il controllo. Dei corpi. Dei confini.» Non dissero altro.
Sapevano entrambi che una parte di loro si stava adattando. Piccoli compromessi. Zaini rosa. Parole non corrette davanti a scuola. Commenti evitati alle riunioni. Non volevano crescere figli troppo visibili. L’amore, a volte, assomiglia alla resa.
Accesero il telegiornale. Non era mai stato allegro, neanche prima: crisi, guerre, tempeste, violenze. Ma ora le brutte notizie arrivavano smussate, diluite, accompagnate da grafiche rassicuranti e musica leggera. Così da sembrare buone notizie.
La notizia principale riguardava il clima. Dopo anni di negazione, i governanti avevano ammesso l’evidenza. Ma lo presentavano come si presenta un terremoto: inevitabile, imprevedibile, non responsabilità di nessuno.
Il conduttore sorrise alla ragazza in abiti succinti accanto a lui. «Ottime notizie: l’obiettivo stagionale è stato raggiunto. Un grado in meno d’estate, un grado in più d’inverno. L’anno prossimo puntiamo a due.»
Sul balcone il termometro segnava ancora trentacinque. Giovanni sbuffò e andò in cucina a prendere un ghiacciolo.
Emma restò davanti allo schermo. Sentiva salire una rabbia netta, fisica. «Ci sarà qualcuno che ci crede,» disse. «Mezzo pianeta brucia e loro festeggiano un grado.»
Il condizionatore continuava a ronzare. Dalla stanza accanto arrivavano le voci di Mia e Max. Non ridevano. Discutevano. Come fossero adulti.
Emma spense la televisione. Il silenzio fu più onesto.
Podcast di Giovanni, agosto 2045
Mentre i Paesi Occidentali dell’emisfero boreale stanno vivendo le terribili conseguenze del cambiamento climatico, la crisi economica, la polarizzazione della ricchezza e dei rapporti fa uomini e donne, anche nei Paesi del Terzo mondo le cose stanno cambiando, molto velocemente. Ma in meglio.
Proprio grazie al cambiamento climatico. Sì, perché il cambiamento climatico, che aveva apportati danni enormi ai Paesi dell’emisfero boreale, aveva invece migliorato le condizioni climatiche dell’emisfero australe, e in particolare proprio di quelli che una volta erano i Paesi più aridi e poveri, rendendo il clima di questa parte del pianeta Terra meno ostile all’agricoltura e, in generale, alla vita. Il caldo è diventato meno soffocante anche nelle zone più aride, l’aumento della piovosità ha reso coltivabili enormi aree che prima erano desertiche, le oasi nei deserti si sono velocemente allargate dando vita a nuovi nuclei urbani. L’agricoltura e l’allevamento del bestiame hanno potuto svilupparsi come mai prima, sì che, nel volgere di pochi anni, le popolazioni di questi Paesi hanno potuto migliorare moltissimo le loro condizioni di vita, la loro alimentazione e anche problemi atavici come la mortalità infantile stanno diventando solo un triste ricordo. Un po’ come era successo nei Paesi Occidentali dopo la fine della Seconda guerra mondiale, i Paesi del Terzo mondo si avviano verso un fase di boom economico, di fiducia nel futuro.
Vent’anni prima si pensava, o meglio lo pensava chi credeva nel cambiamento climatico, che questo avrebbe danneggiato tutto il Pianeta e invece aveva finito per danneggiare solo la parte settentrionale. Mentre i ghiacci dell’Artico si scioglievano, quelli dell’Antartide resistevano.
Ne parlavano a lungo nel social pirata frequentato da Giovanni ed Emma. C’era chi evidenziava che i paesi ricchi, per lo più occidentali ma non solo, si trovavano in zone climatiche temperate che funzionavano grazie a equilibri delicatissimi: correnti oceaniche, jet stream, stagioni prevedibili, alternanza pioggia/neve.
Il cambiamento climatico ha rotto proprio questi sistemi di equilibrio, causando inverni polari improvvisi, estati torride e umide, alluvioni massive, tempeste fuori scala. Invece, molte zone aride africane non dipendevano da questi equilibri complessi ed erano già adattate a climi estremi e stabili nella loro durezza.
C’era chi faceva notare che in molte regioni africane preesisteva una agricoltura che, anche se povera, era più resistente alla siccità, erano stati costruiti edifici passivi con ventilazione naturale, la vita era meno dipendente da energia continua.
In Occidente invece preesistevano città iper-dense, reti elettriche iper-centralizzate, catene alimentari just-in-time, dipendenza totale da clima normale. Dunque quando il clima è impazzito è successo che i Paesi del Terzo mondo hanno assorbito, anzi ne hanno trovato un giovamento, e l’Occidente è collassato.
E si alzava potente la voce di chi diceva che la tecnologia occidentale stava peggiorando tutto cercando di “riparare” il clima con geoingegneria, aerosol atmosferici, dighe colossali, controllo artificiale delle piogge. Ma tali interventi, pensati per l’Occidente, hanno effetti collaterali globali che destabilizzano ulteriormente le zone temperate e favoriscono quelle aride.
Dunque il paradosso: chi ha causato, ma anche negato, il cambiamento climatico, lo paga due volte: la seconda quando cerca di risolverlo. La Terra reagisce dove è stata più forzata.
Era indubbio, per chi frequentava il social pirata, che nell’emisfero boreale ci sono stati i più alti tassi di inquinamento, la più grande percentuale di emissioni inquinanti, che hanno reso terribile il cambiamento climatico. Ma anche che i cambiamenti sono partiti da situazioni diverse: le zone a clima temperato sono diventate per mesi afose e per altri mesi gelide mentre quelle a clima torrido sono diventate temperate. Era comunque riflessione comune che il Pianeta si fosse creato un suo equilibrio, in base a qualche strano meccanismo, arrivando ad una compensazione.
In parallelo, era successo che, negli stessi anni, in Occidente, si era sempre più rafforzata la lotta agli immigrati e, ad opera dei partiti di estrema destra si erano costituiti i movimenti di remigrazione, ma, via via che ciò succedeva, la popolazione dei Paesi da cui una volta si fuggiva, per fame, epidemie, malattie difficili da curare e disperazione, cominciava a vivere meglio e quindi a usufruire positivamente della remigrazione coatta.
Era un altro dei tanti paradossi dei governanti sovranisti dell’Occidente. Volendo raggiungere l’obiettivo di migliorare la natalità, l’avevano peggiorata, volendo favorire le popolazioni bianche le avevano sfavorite, volendo asservire i Paesi del Terzo mondo ne erano diventati succubi, per poter approvigionarsi di grano, frutta, verdura, carne, pesce. Volendo aumentare l’occupazione per la popolazione bianca l’avevano diminuita, perché era rimasta disoccupata tutta la parte della popolazione che era occupata in agricoltura e nell’industria alimentare e di trasformazione. E la crisi economica aveva creato ulteriore disoccupazione in altri settori che producevano beni di consumo e servizi e quindi nuova povertà che aveva coinvolto altre fasce della popolazione.
Un crollo a cascata, come le tessere di un domino.
Se non altro tutta la popolazione aveva compreso l’importanza dell’agricoltura, che aveva sempre più cominciato ad essere considerata come scontata. Le proteste degli agricoltori che, all’inizio degli anni Venti scendevano nelle strade con i trattori, erano state derise da gran parte della popolazione, perchè venivano considerate come richieste di favoritismi, ora pareva avessero avuto senso.
Ma intanto, quelli che una volta erano i terreni dei Paesi occidentali destinati all’agricoltura, erano diventati terreni incoltivabili, abbandonati al dissesto idrogeologico, utilizzabili solo per installarvi pannelli fotovoltaici che erano però inutili per sei mesi l’anno durante il lungo e grigio inverno, ma erano comunque indispensabili perché, la scomparsa della primavera e dell’autunno, aveva comportato che per sei mesi occorresse tanta energia per riscaldarsi e per gli altri sei mesi altrettanta per rinfrescarsi. E ciò aveva acuito il cambiamento climatico, con nuove emissioni, ulteriori consumi energetici. Ulteriori paradossi.
Forse era semplicemente la natura che si ribellava, allo stesso modo per cui dai graviballi nascevano solo bambine e le donne non riuscivano a portare avanti graviballi?
Queste erano le domande che si ponevano Emma, Giovanni e tutte e tutti coloro che erano convinti che il futuro non avrebbe portato nulla di buono a meno che non ci fosse una drastica inversione di rotta.
Ma, nel, frattempo la vita andava avanti, si discuteva e ci si lamentava sul social pirata oppure in piccoli gruppi di familiari, in ufficio dietro delle porte chiuse, durante una cena tra amici e amiche, al parco giochi dove si portavano a giocare i figli… sempre più raramente però, perché o faceva troppo troppo freddo o troppo troppo caldo e dunque, per un motivo o per un altro, si finiva per stare per lo più chiusi in casa anche durante il tempo libero.
O al massimo si andava a passeggiare nei centri commerciali. Anche in quelli si risparmiava su riscaldamento ed aria condizionata ma c’era comunque un po’ di tepore d’inverno e un caldo meno soffocante d’estate, rispetto all’esterno.
Di vacanze invernali ed estive, gite domenicali in campagna, fine settimana nelle città d’arte non se ne parlava quasi più, vuoi per il clima sfavorevole vuoi per gli alti costi. E dunque anche gli operatori del turismo erano diventati tessere del domino che crollavano a cascata.
Ma le lamentele finivano lì, si esaurivano in fretta, non c’era la capacità di lottare.
Continua fra qualche giorno…

Lascia un commento