Quando i cambiamenti si definiscono
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Giovanni era ormai alla fine del graviballo. Otto mesi che, più che faticosi, erano stati lunghi. Noiosi, a tratti. Negli ultimi giorni muoversi era diventato complicato: la sacca ingombrava, diventava sempre più pesante, e insieme c’era quella sensazione costante di doverla proteggere, di non poter abbassare la guardia nemmeno per un attimo. Così, se non era davvero necessario uscire, finiva per restare in casa. Sempre più spesso.
Una vita casalinga che, nel suo caso, era diventata quasi totale. Scriveva, faceva inchieste, registrava podcast quasi sempre da casa. Era stato anche per questo che avevano deciso che la seconda gravidanza sarebbe toccata a lui: Emma lavorava otto ore fuori casa, più due di spostamenti, mentre lui aveva la possibilità di adattare tempi e spazi.
Quella sera avevano decorato l’albero di Natale. Ora Max dormiva, finalmente, dopo aver resistito più del solito all’idea di andare a letto per l’eccitazione del Natale in arrivo. In salotto, le luci intermittenti dell’albero illuminavano a tratti Giovanni ed Emma, seduti vicini, con una tisana calda tra le mani.
Giovanni fu il primo a parlare.
«Emma…» esitò un attimo. «Comincio a essere in ansia. Mi sento continuamente precario. È come se dovessi proteggere la sacca ogni secondo.»
Emma lo guardò, senza interromperlo.
«Tu eri più rilassata, alla fine della gravidanza. O almeno così mi sembrava.»
Lei scosse la testa, decisa. «No. Non è vero.»
«Come no?»
«È solo una tua impressione. È un fatto psicologico.» Si avvicinò di più, appoggiandosi a lui. «Lo sai benissimo anche tu: la sacca in pluriveristrong è molto più resistente del ventre di una donna. E il tubicino è dello stesso materiale. È praticamente indistruttibile.»
Giovanni sospirò. «Lo so, lo so. Me lo ripeto in continuazione.»
Emma gli passò un braccio intorno alle spalle.
«Stai tranquillo, amore. Andrà tutto bene.» Sorrise, con una punta di ironia. «E poi la parte davvero faticosa arriva dopo. Te lo ricordi Max, vero? Le nottate?»
Non fece in tempo a finire la frase che dalla cameretta arrivò uno strillo improvviso, seguito da un pianto deciso.
Emma si mosse per alzarsi, ma Giovanni fu più rapido. «Vado io.»
Lei lo guardò. «Sei sicuro?»
«Sì. Tu hai bisogno di riposare.» Si alzò già parlando. «E io ho bisogno di muovermi un po’. Se resto ancora seduto, impazzisco.»
Prese la sacca e se la mise sulle spalle, come uno zaino. Con un gesto automatico sistemò il tubicino, facendo attenzione che non tirasse, che non desse fastidio.
Poi si avviò verso la stanza di Max, mentre le luci dell’albero continuavano a lampeggiare alle sue spalle, regolari, indifferenti.
Podcast di Giovanni, dicembre 2040
Non è che la sacca debba essere sempre attaccata al corpo. Per un po’ si potrebbe anche svitare la valvola che collega il corpo al tubicino. Oppure, si potrebbe staccare la sacca e collegarla al nutriarti, il sistema artificiale di nutrimento, ma quasi nessuno lo fa, a meno di gravi problemi di salute. Il sistema artificiale di nutrimento (SAN) è molto costoso quindi per lo più è disponibile negli ospedali, nei centri di nascite esterne e nei consultori dedicati al graviballo e se ne può usufruire in convenzione in caso di gravi malattie, di interventi chirurgici e di motivi giustificati che lo impongano, ad esempio un viaggio in aereo, che deve essere approvato, per gli uomini in stato di graviballo, per importanti e giustificati motivi.
Questo però era vero soprattutto all’inizio perché, dopo qualche anno, si è cominciato a sentire che sempre più uomini acquistano il proprio sistema artificiale di nutrimento, ormai chiamato nutriarti, chi per poter essere libero di fare una giornata di sport o chi per un pressante impegno di lavoro che richiede una maggiore libertà di movimento o chi, semplicemente, per non dover vivere continuamente il fastidio della sacca. Insomma, anche la possibilità di usufruirne è diventata più facile per chi ha migliori possibilità economiche. Come per tante altre cose, d’altra parte, poiché negli ultimi anni la società è diventata sempre più polarizzata, la divisione economica in classi sempre più netta, i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E, possedere il proprio nutriarti è diventato un nuovo status symbol.
Giovanni tornò sul divano quasi subito.
Max si era addormentato senza protestare, dopo qualche carezza in più del solito. Ora la casa era di nuovo silenziosa.
Si strinsero. Si baciarono. Fecero l’amore.
La sacca non fu un problema.
Dopo, però, non arrivò il sonno. Restarono sdraiati a guardare la neve scendere fitta, oltre la finestra. Il mondo sembrava immobile, come se niente fosse mai cambiato.
«A volte,» disse Giovanni piano, «mi sembra tutto normale.»
Emma si voltò verso di lui. «Normale cosa?»
«Tutto. Anche questo.» Sfiorò appena la sacca. «Il graviballo. Come se fosse sempre esistito.»
Emma sospirò. «Ci si abitua a tutto.»
«È questo che mi spaventa.»
Rimasero in silenzio per qualche secondo. Poi Giovanni riprese: «Ricordi quella puntata del podcast? Quella sul grande paradosso.»
Emma sorrise appena. «Quale? Ce n’erano tanti.»
«Quello sullo stile di vita occidentale. Consumavamo sempre di più, volevamo sempre di più… e intanto casa, cibo, cure mediche diventavano irraggiungibili.»
«E ci dicevano che era colpa nostra,» aggiunse Emma. «Che non facevamo abbastanza figli.»
Giovanni annuì. «Già. Come se fosse una scelta individuale.»
Emma si sollevò leggermente su un gomito. «Il paradosso più grande, però, era un altro.»
«Dimmi.»
«Ci hanno reso il lavoro impossibile. Precario. Malpagato. E poi si sono stupiti che le donne rimandassero o evitassero le gravidanze.»
«Dicendo che dovevate scegliere.»
«Scegliere cosa?» Emma scosse la testa. «O lavorare o essere madri. E intanto ci rendevano sempre più difficile restare nel mercato del lavoro.»
Giovanni rimase in silenzio.
«E alla fine,» disse, «hanno deciso che il problema eravate voi.»
«Esatto. E allora via: soluzione tecnica.»
Emma fece un gesto vago nell’aria. «Spostiamo la gravidanza.»
Giovanni sorrise amaramente. «Di paradosso in paradosso. E ora guarda dove siamo arrivati.»
Si guardarono. «Tu,» disse Emma piano, «che porti nostra figlia in una sacca.»
«A volte non ci credo neanch’io.»
«Come si è potuti arrivare a questa direzione della ricerca?» mormorò Emma.
Giovanni sospirò. «È cominciato tutto molto prima. Ma la pandemia del 2020 ha fatto da acceleratore. I vaccini, la sfiducia, le bufale…»
«Ricordo.»
«Non era solo ignoranza. Era rabbia. E quella rabbia ha travolto tutto. Anche la ricerca seria. Anche quella che stava facendo passi enormi, ma in ben altri campi.»
Emma pensò a sé stessa, a Max, a quel lavoro che aveva rischiato di perdere mentre era incinta.
«Io mi sentivo sempre sotto accusa,» disse. «Come se stessi rubando qualcosa. Come se il mio lavoro non fosse davvero lavoro.»
«E facevi l’assistente sociale.»
«Appunto. Uno di quei lavori che per decenni hanno lasciato alle donne. Cura, scuola, anziani.»
Fece una pausa. «Poi, improvvisamente, eravamo un peso.»
Giovanni le prese la mano.
«Sai cosa mi terrorizza?» continuò Emma. «Che un giorno dovrò spiegare tutto questo a nostra figlia.»
«Da dove comincerai?»
«Dal principio. Dal femminismo.» Sorrise, ma era un sorriso stanco. «Dal doverle spiegare cos’era.»
«E che non era una minaccia.»
«Ricordi la bufala del gender all’università?» Emma scosse la testa. «Chi avrebbe detto che era solo l’inizio?»
«Le marce al liceo,» aggiunse Giovanni. «Contro la violenza sulle donne.»
«E dieci anni dopo,» disse Emma, «il negazionismo. Le leggi sul consenso ribaltate. La colpa sempre addosso alle vittime.»
Rimasero in silenzio. La neve continuava a cadere.
«E chi avrebbe mai pensato,» disse Giovanni piano, «che sarei stato io a far nascere nostra figlia.»
Emma gli posò una mano sul petto. «Non è colpa tua.»
«Lo so. Ma a volte mi sembra di essere diventato il simbolo di qualcosa che non abbiamo scelto davvero.»
Facevano quelle conversazioni quasi ogni sera. Ogni volta emergeva un dettaglio nuovo, un segnale ignorato, una battuta sentita anni prima e liquidata come esagerata.
E ogni volta avevano la stessa sensazione, che il disastro non fosse arrivato all’improvviso, ma fosse cresciuto lentamente, mentre tutti guardavano altrove.
Giovanni dopo poco si addormentò. Emma allungò una mano, quasi distrattamente, verso la sacca. La sfiorò appena, come si fa per controllare che qualcosa sia ancora lì. Sotto le dita sentì un lieve movimento. La loro bambina, Mia.
Podcast di Giovanni, dicembre 2040
Le cose grandi si compongono di tante cose piccole che all’inizio possono passare inosservate: la messa in discussione delle battaglie del femminismo, il considerare il femminismo stesso come una sorta di desiderio di rovesciamento del potere da parte delle donne, il contrasto alla decisione di considerare il femminicidio un reato a sé, la rinuncia all’emendamento sul consenso libero e attuale che avrebbe dovuto servire a contrastare meglio la violenza sessuale contro le donne. Ma anche cose apparentemente più banali come la crescente derisione delle donne, l’aumento di battute basate su sciocchi stereotipi, l’irrisione del linguaggio che nomina il femminile. In Italia tutto era iniziato con le elezioni politiche del 2022 e peggiorato dopo le elezioni politiche del 2027, con la vittoria del secondo Governo di destra che, sin da subito, si era presentato ancora più ostile del precedente Governo verso le donne e i diritti: ulteriori tagli sugli asili nido, sui congedi per maternità, sugli incentivi all’assunzione di lavoratrici, l’eliminazione di leggi sulla pari rappresentanza avevano cominciato a far sparire le donne dalla scena pubblica e da molti lavori.
Prima era passata quasi inosservata la bufala del gender di cui si era cominciato a sentir parlare negli anni Zero ed era diventata sempre più insistente negli anni Dieci, ma la situazione aveva cominciato a precipitare negli anni Venti. All’inizio sembravano voci isolate, ad esempio quella del consigliere comunale che aveva definito il voto alle donne un attacco all’unità della famiglia, così come le leggi del Dopoguerra su divorzio, aborto, riforma del diritto di famiglia. Sempre verso la metà degli anni Venti era risuonata la voce del nuovo Papa che definiva l’aborto il più grande attentato alla pace mondiale, mentre in alcune parti del mondo bambini, bambine, donne in gravidanza erano sterminati dalle bombe.
Era diventato inutile battagliare per nominare ministre e assessore, ingegnere e avvocate, al femminile, perché di ministre e assessore, ingegnere e avvocate ce ne erano sempre meno e le poche esistenti si facevano nominare al maschile, come la Presidente del Consiglio o la Ministra della Famiglia, rinominatasi Ministra per l’aumento della natalità nazionale, o l’avvocata che aveva riscritto in modo assolutamente controproducente per le donne la legge sullo stupro. Sì, c’erano ancora delle donne che occupavano ruoli politici apparantemente importanti, ma solo nei Paesi meno importanti dell’Occidente che ormai erano diventati tutti come satelliti o come provincie della grande superpotenza, governata da un uomo, bianco, misogino e decisamente antidemocratico. E, si diceva, anche pedofilo. Le donne che occupavano ruoli di potere negli Stati minori, per quanto si ammantassero di un’aura di autorità, in realtà erano semplici esecutrici. Insomma, un po’ come le ancelle del famoso romanzo distopico degli anni Ottanta del secolo scorso che, seppure con contenuti diversi, era stato così profetico. Donne che si nutrivano dell’approvazione degli uomini, ecco cos’erano le ancelle.
All’inizio c’era stato qualche tentativo di opposizione: manifestazioni contro la gravidanza maschile ad esempio, ma le manifestazioni erano state la scusa per approvare leggi ancora più severe sul diritto di manifestare. Era bastato infiltrare o tollerare nelle manifestazioni dei provocatori e dare l’idea di gravi attacchi alle forze dell’ordine per convincere l’opinione pubblica della necessità di inasprire le leggi sul diritto di manifestare, prendendo spunto da quel che stava succedendo nel più grande ex Paese democratico dove erano stati rafforzati i corpi speciali per sedare le proteste pacifiche, quello del Presidente Gialloarancio
«Presto nascerà Mia.»
Emma sorrise. «Ci penso continuamente.»
Era così quasi ogni sera. Tornavano sempre lì: a loro due, al graviballo, alla nascita che si avvicinava.
«Sai qual è la cosa che mi mette più tranquillo?» disse Giovanni dopo un attimo.
«Dimmi.»
«Che non c’è il travaglio.»
Emma rise piano.
«No, davvero. Niente ore interminabili, niente dolore, niente emergenze improvvise.»
Fece una pausa. «Cioè… lo so che le incognite ci sono sempre. Ma il finale è molto meno traumatico.»
«Lo so,» disse Emma. «È anche per questo che lo Stato lo ama tanto.»
Giovanni non rispose subito. Poi cambiò tono.
«Domani ho il corso di preparazione alla nascita.»
Emma si irrigidì appena. «Giusto.»
«Pensi di riuscire a venire?»
Emma esitò. «Farò il possibile.»
Giovanni annuì, come se se lo aspettasse.
«Mia madre mi raccontava che mio padre non riusciva mai ad andare a quei corsi.»
Sorrise. «Ma perché lavorava troppo e amava troppo il suo lavoro. Non perché rischiava il posto.»
«Bei tempi,» disse Emma, senza ironia.
«Lo so che per te è complicato,» aggiunse lui in fretta. «Solo… mi farebbe piacere.»
«Anche a me,» rispose Emma. «Ma sai com’è. Se chiedo troppi permessi, rischio di non averne più quando serviranno davvero.»
«Quando Mia nascerà.»
«Esatto.»
Rimasero in silenzio per qualche secondo.
«Tra l’altro,» disse Giovanni, «il corso è obbligatorio solo per i single. Li considerano meno capaci di occuparsi della neonata.»
«E tu?»
«Io no. Io voglio andarci.»
Emma lo guardò. «Questo è bello»
Giovanni abbassò lo sguardo sulla sacca. «Mi sembra il minimo.»
Emma allungò una mano, la appoggiò un istante sulla superficie liscia.
«È strano,» disse piano. «Parliamo sempre di quello che succederà dopo. Ma intanto…»
«Intanto?»
«Intanto sei tu che la porti.»
Giovanni annuì. «Già.»
E per un momento, senza dirlo ad alta voce, pensarono entrambi alla stessa cosa: a quanto quel già stesse diventando pesante.
Podcast di Giovanni, dicembre 2040
Verso la fine dell’ottavo mese, la sacca in pluriveristrong comincia a vibrare. All’inizio la vibrazione è lieve, la si percepisce appena, poi comincia a diventare sempre più forte in modo da permettere di capire che ci si deve recare in ospedale nel reparto nascite esterne. Senza fretta eh, ci sono alcune ore di tempo finché le vibrazioni diventano fortissime ed arriva il momento in cui è necessario il supporto sanitario perché la sacca sta per rompersi e quindi la bambina sta per nascere.
All’inizio, quando le bambine che nascevano dalle sacche pluriveristrong erano ancora poche, perché si era all’inizio di questa nuova tecnica sostitutiva della gravidanza, ci si preparava a correre nel reparto nascite esterne alla prima vibrazione, anche perché questi reparti erano pochi e si trovavano solo nelle grandi città, quindi bisognava percorrere un bel tratto di strada per raggiungerli, al punto che molti uomini, quando si avvicinava la data della nascita, si spostavano a vivere nelle città fornite di tale reparto e si ricoveravano.
Il graviballo era praticato da una decina d’anni. Era sembrata la soluzione ideata per far fronte al calo delle nascite. Ormai il tasso di nascita era meno di un figlio per donna, assolutamente troppo basso per poter pensare ad un corretto andamento demografico, ma anche economico e sociale, di una società che andava sempre più invecchiando. L’assistenza agli anziani, il pagamento delle pensioni, erano ormai diventati dei problemi enormi e più la società invecchiava più il problema cresceva sicché l’invenzione della sacca pluriveristrong fu considerata subito un grande successo: permettere agli uomini di avere dei bambini avrebbe potuto più facilmente permettere di raggiungere l’obiettivo di crescita demografica: almeno un figlio o una figlia a persona.
La maggior parte degli uomini aveva vissuto questa possibilità con grande entusiasmo, avrebbero potuto affrancarsi dalla dipendenza dalle donne. In un tempo in cui i desideri e le scelte delle donne contavano sempre meno, pareva loro assurdo dover lasciare nelle loro mani, o meglio nei loro ventri, la sopravvivenza dell’umanità. O, perlomeno, di una certa parte dell’umanità. L’idea della collaborazione, del sostegno alla maternità, di rapporti paritari in cui condividere la cura, era diventata sempre più flebile. Le donne se la tirano tanto per fare dei figli! Li faremo noi!, era diventato il nuovo slogan maschile.
All’inizio, l’idea era che accedessero all’impianto della sacca pluriveristrong solo gli uomini single, poi, via via che la tecnica si diffondeva, si era compreso che non vi fosse motivo per il quale non potessero accedervi anche gli uomini sposati, in fin dei conti l’obiettivo era l’aumento delle nascite e quindi l’aumento di coloro che desideravano diventare genitori. Gli uomini single, specie quelli che avevano vissuto in maniera convinta l’attacco ai diritti delle donne e al femminismo, la vivevano come una vittoria, finalmente avrebbero potuto liberarsi da quello che loro consideravano il giogo delle donne, dimostrare che erano capaci anche loro di fare figli, di poter fare a meno di una compagna, che le donne non erano poi così indispensabili. Erano gli uomini di quella che era stata definita la maschiosfera: un gruppo eterogeneo di comunità, presenti soprattutto online, che includeva gli attivisti per i diritti degli uomini, gli incel (parola nata dall’inglese involuntary celibate, cioè celibe involontario), i “Men Going Their Own Way” (MGTOW, o uomini che vanno per la propria strada, un movimento separatista antifemminista che metteva in guardia gli uomini sui rischi delle relazioni romantiche con le donne, specialmente il matrimonio), i Pick-Up Artist (PUA, cioè gli artisti del rimorchio, un movimento di uomini il cui obiettivo è la seduzione e il successo sessuale con le donne), i gruppi per i diritti dei padri separati e tanti altri.
Sebbene le specifiche ideologie di ciascun gruppo a volte fossero differenti tra loro, questi movimenti erano stati generalmente accomunati dalla convinzione che la società fosse discriminatoria nei confronti degli uomini, a causa dell’influenza del femminismo, e che il femminismo promuovesse misandria sistematica. L’accettazione di queste idee veniva descritta dalla frase prendere la pillola rossa (redpill, da cui il termine redpillati) una metafora mutuata dal film Matrix.
La maschiosfera in genere si intersecava con le comunità di estrema destra ed era associata a diversi casi di cyberbullismo e alla radicalizzazione degli uomini verso credenze misogine, quali la negazione ma anche la glorificazione della violenza contro le donne.
La radicalizzazione basata sulla maschiosfera era iniziata con le stragi motivate dalla misoginia, ad esempio il massacro di Isla Vista in California del 2014, compiuto da Elliot Rodger (che nel suo manifesto aveva scritto cose come il seguente brano: nel suo mondo ideale, avrebbe fatto recludere tutte le donne in campi di concentramento, facendone morire la stramaggioranza di fame e assistendo con gioia alla loro dipartita osservandole da una torre costruita appositamente solo per lui. Desiderava un mondo puro dove la mente dell’uomo si sarebbe potuta sviluppare a livelli più alti che mai, in cui le generazioni future avrebbero vissuto la loro vita senza doversi preoccupare della barbarie del sesso e delle donne, così da espandere la propria intelligenza e far avanzare la razza umana verso uno stato di civiltà perfetta), alla sparatoria all’Umpqua Community College in Oregon del 2015 (il cui autore, Chris Harper-Mercer, nel suo manifesto, aveva elogiato la strage di Isla Vista) e all’attentato di Toronto del 23 aprile 2018 (l’autore della strage, Alek Minassian, disse di essere un incel e dichiarò di far parte di un movimento ribelle. Egli disse di essere vergine e di non aver mai avuto una fidanzata e di aver commesso l’attentato come forma di ritorsione per non aver mai fatto sesso. Lo infastidiva che le donne preferissero dei bruti a lui. Egli dichiarò inoltre che nei precedenti anni aveva frequentato diversi forum online di incel e, sempre secondo la sua versione, sarebbe entrato in contatto con Elliot Rodger e Chris Harper-Mercer, responsabili di due attentati terroristici nel 2014 e nel 2015. Anche tali attentati, come tutti i comportamenti espressi nella maschiosfera, erano stati sminuiti, non compresi, sottovalutati.
Il giorno dopo, mentre aspettava Emma, Giovanni, davanti al centro sanitario di quartiere, incontrò Marco. Si conoscevano di vista: stesso percorso per il controllo mensile, stessi orari incastrati tra lavoro e famiglia. Marco era appoggiato al muretto, la sacca poggiata di lato, come una borsa sportiva.
«Anche tu qui per il corso?» chiese Giovanni, sollevando appena il mento.
Marco annuì. «Ultimo incontro, la bimba nascerà a giorni.»
«Beato te.» Giovanni si avvicinò. «Io ho ancora tre settimane.»
Marco fece una smorfia.
«Le ultime settimane sono le peggiori. Il tempo non passa più.»
«Dimmi che poi ci si dimentica tutto.»
«Dimenticare no.» Marco sorrise. «Ma smetti di pensarci ogni minuto.»
Si guardarono per un istante, entrambi consapevoli della stessa postura rigida, delle spalle leggermente in avanti, come a proteggere qualcosa di fragile.
«Anche tu sei sempre in ansia?» chiese Giovanni.
Marco alzò le spalle.
«All’inizio sì. Poi ti abitui. È come portarsi dietro un organo nuovo. Non lo senti, ma sai che c’è.»
Giovanni annuì lentamente. «Emma dice che è solo un fatto psicologico.»
«Lo dicono tutti.» Marco fece un gesto vago con la mano. «E probabilmente hanno ragione. I materiali sono sicuri. Il graviballo è anche più sicuro della gravidanza.»
Lo disse senza enfasi, come una constatazione tecnica.
Giovanni rimase in silenzio per un momento.
«Tu come fai con il lavoro?»
«Smart working.» Marco indicò il palazzo alle sue spalle. «Ho chiesto l’adeguamento. Me lo dovevano.»
«Te lo dovevano?»
«Certo.» Marco lo guardò, serio. «È un servizio che stiamo facendo. Qualcuno deve pur farlo.»
Giovanni sentì un leggero fastidio, ma non seppe dire perché.
«E tua moglie?»
«Lavora. Moltissimo. Ed è ancora precaria. Non avrebbe potuto proprio permettersi una gravidanza»
Un’infermiera uscì dalla porta automatica e chiamò un nome. Non il loro.
Marco sistemò la tracolla della sacca.
«Comunque vedrai. Dopo sarà bello.» Lui era al secondo graviballo.
«Lo penso anche io.»
«Sì.» Sorrise di nuovo. «È una bella sensazione.»
Giovanni guardò il tubo che usciva dalla sacca di Marco, sparendo sotto la giacca. Era quasi invisibile.
«Già,» disse. «Immagino.»
La porta si aprì di nuovo.
«Marco B.»
«Tocca a me.» Marco si staccò dal muretto. «In bocca al lupo.»
«Crepi.»
Giovanni rimase fuori, con la mano appoggiata alla propria sacca.
Come erano cambiati i dialoghi tra uomini. Non in peggio però. Ma neanche in meglio.
Podcast di Giovanni, dicembre 2040
Dal punto di vista medico e fisiologico le cose hanno funzionato benissimo fin dall’inizio. Difficile dire quanto, nella crazione di questa tecnologia, fosse stato da imputare all’intelligenza articiale, il confine fra intelligenza artificiale ed umana è diventato sempre più flebile. Dalla presentazione del brevetto fino a comprendere che realmente il procedimento era sicuro e permetteva la nascita di bambine belle, intelligenti e sane, erano passati solo pochi anni, dunque la diffusione era stata velocissima. In pochissimo tempo sono stati creati sempre più centri nascite esterne e la produzione di sacche ha raggiunto, in breve, dei quantitativi record. Nel frattempo è stata velocissima anche la formazione del personale addetto all’impianto delle sacche, alla loro cura nel corso degli otto mesi del graviballo e poi alla nascita. Dopo la nascita, delle bambine può prendersene cura il normale personale, non si necessita neanche di pediatri specializzati. Sono bambine come le altre. Anche fino al momento dell’impianto dell’embrione nelle sacche non vi è stata necessità di personale specializzato in quanto si seguono le stesse procedure che si usano per la fecondazione assistita, cioè una fivet. Dopo che la procedura si è diffusa anche tra le coppie si utilizza la fecondazione omologa, ma per i graviballi dei single si deve ricorrere alla donazione retribuita di ovuli da parte delle donne. In realtà non si può chiamarla donazione perché, da qualche anno, si è stabilito per legge che tutte le giovani donne, appena diventava maggiorenni, devono sottoporsi ad un prelievo coatto di ovuli. Gli ovuli, non si è potuti crearli in laboratorio.
Ma, per il resto, la tecnologia è perfetta, tutto funziona a meraviglia, c’è un unico problema che non si è riusciti a risolvere: dai graviballi nascano solo bambine.
Appena si cominciò ad usare questa tecnica si era visto che, dopo che si impiantava l’embrione nella sacca, circa la metà dei graviballi si concludeva dopo un paio di mesi con un aborto spontaneo e non se ne capiva il perché. Ma sono bastati solo pochi mesi per rendersi conto che ad andare avanti erano solo i graviballi in cui vi era stato l’impianto di un embrione femmina. Dunque, compreso questo, in attesa di capirne i motivi, si è deciso di procedere alla diagnosi preimpianto per utilizzare solo gli embrioni di sesso femminile. Intanto, decine di scienziati si dedicavano al comprendere il perché. Come mai le sacche permettevano la crescita solo degli embrioni destinati a diventare delle bambine e quindi delle donne? Tutti gli Stati Occidentali hanno investito grandi risorse in questa ricerca, anche maggiori di quelle investite per creare le sacche pluriveristrong, ma ad oggi non ne sono ancora venuti a capo, nonostante fossero state fatte modifiche alle sacche e tanti altri tentativi ed esperimenti per risolvere il problema.
Ci sono varie teorie, che fanno riferimento alla maggiore fragilità degli embroni XY, anche se ufficialmente questa teoria non veniva comunicata: forse gli embrioni XY sono più sensibili allo stress ossidativo oppure non tollerano la placenta sintetica. Secondo altre teorie gli embrioni maschili richiedono segnali epigenetici impossibili da replicare artificialmente. O forse il cromosoma Y è molto instabile? O, ancora, l’ambiente biochimico replica meglio l’utero in condizioni che favoriscono gli embrioni XX?
Come è facile capire, il problema era molto serio. Per quanto nascano ancora molti maschietti, perché comunque le donne, che continuavano a portare avanti le gravidanze, avessero sia maschietti che femminucce, era chiaro che ben presto la popolazione sarebbe stata al 75% di donne, anzi qualcosa in più perché normalmente in natura nascono più femmine che maschi. C’è anche da dire che, nascendo più donne, in futuro ci sarebbero state più gravidanze che graviballi e quindi probabilmente la situazione si sarebbe riequilibrata. O forse no, se si considera che con un tale maggioranza di donne si sarebbero potute formare meno coppie e quindi ci sarebbe stata la necessità anche per le donne di dover ricorrere al graviballo. Anche questo però è un problema da risolvere: per un motivo, anche questo ancora incomprensibile, i graviballi per le donne non funzionano, i pochi in cui avveniva l’impianto, si interrompevano dopo poche settimane. Non si è riusciti a comprendere il motivo di questi aborti spontanei. C’era chi attribuiva la colpa alla natura, ma se così fosse stato si doveva pensare che fossero contro natura anche i graviballi degli uomini, che invece avevano successo.
Gli scienziati sono più propensi a pensare che ci sia, nelle donne, una sorta di anticorpi che si ribella all’artificialità, ma si continua a studiare e a fare ricerche ed esperimenti, anche se è un problema meno importante del precedente, cioè la nascita solo di bambine. In fin dei conti le donne avevano a disposizione la possibilità di effettuare normali gravidanze; c’era però chi pensava che le donne, che ormai svolgevano soprattutto lavori molto manuali, avrebbero potuto svolgerli in maggior misura con le gravidanze artificiali potendo con esse svolgere lavori anche faticosi con minor rischio che non con un bebè nel loro grembo.
Ma si continuava a fare ricerca. A questa cosa situazione mal si adattavano gli uomini single, quelli della maschiosfera, che sognavano di avere figli maschi per poterli crescere in base al loro pensiero, educandoli ad essere forti, a non piangere, a trattenere le emozioni, per poter dare vita ad una società di tanti giovani uomini convinti di essere superiori e poter continare a ristabilire quello che per millenni era stato, per loro, il normale ordine sociale, culturale, economico, il patriarcato. Molti di loro arrivarono addirittura a immaginare una società fatta solo di uomini, che davano la vita solo ad altri uomini. Dovendo però fare buon viso a cattivo gioco si convinsero che poteva essere utile anche il contrario: crescere bambine educandole alla mitezza, alle arti domestiche, alla sottomissione agli uomini.
Però, quali che fossero le reazioni, era come se la natura, dopo essere stata assoggettata, si fosse in qualche modo ribellata, a modo suo, ponendo delle condizioni ben precise.

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