Capitolo 1 Gli anni Trenta

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Quando era iniziato il cambiamento

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La prima volta che Giovanni aveva notato la sacca era in metropolitana. Se ne parlava, ma ancora non l’aveva mai vista.

Non perché fosse insolita, al contrario, sembrava una borsa come tante. Di un colore neutro, indefinito, appesa sulle spalle, con una tracolla regolabile. Avrebbe potuto contenere documenti, un computer, forse della spesa. Nulla che giustificasse uno sguardo in più.

Eppure Giovanni continuò a guardarla.

L’uomo che la portava era in piedi, con la schiena appoggiata alla parete. Indossava un cappotto leggero, inadatto alla stagione, ma ormai nessuno faceva più caso a cose del genere. Il freddo arrivava quando voleva, e la gente si vestiva come poteva.

La sacca non si muoveva. Non oscillava al ritmo del treno, non urtava contro il fianco dell’uomo, non reagiva alle frenate. Restava ferma, come se fosse parte del corpo che la sosteneva.

Fu allora che Giovanni vide il tubo. Sottile, trasparente, quasi invisibile sotto le luci intermittenti del vagone. Partiva dal lato della sacca e scompariva sotto il cappotto dell’uomo, infilándosi tra due bottoni lasciati aperti. Non c’erano macchie, né sangue, né segni evidenti. Solo quella linea fragile che collegava l’oggetto a un corpo.

Giovanni distolse lo sguardo.

Alla fermata successiva salì una donna con due bambini. Li fece sedere, si sistemò davanti a loro. Quando alzò gli occhi e incrociò la sacca, il suo sguardo scivolò via con una rapidità studiata.

Come se avesse imparato a non vedere.

Quando l’uomo scese, la sacca scomparve con lui, inghiottita dal flusso della banchina. Il tubo fu l’ultima cosa che Giovanni vide, un filo che si ritraeva sotto il cappotto.

Solo allora si rese conto di avere le mani sudate.

E capì che, senza saperlo, aveva appena visto il futuro.

Podcast di Giovanni, dicembre 2030

A gennaio 2030 è nata la prima bambina da un graviballo, il papà ha deciso di chiamarla Louise, in omaggio alla prima bimba nata con la procreazione assistita, in Inghilterra, nel 1978, pensando che fosse un evento rivoluzionario come la prima nascita avutasi grazie alla procreazione assistita. In effetti la procreazione assistita, dal 1978 in poi, aveva contribuito in maniera importante a contrastare il calo delle nascite, potendo contrastare il calo della fertilità di coppia che era stato provocato da diversi motivi, tra cui, il più importante, lo spostamento in avanti dell’età in cui le coppie decidevano di avere dei figli. La fertilità della donna si riduce drasticamente, in media, dopo i trentadue anni, per diventare bassissima intorno ai quaranta e anche la qualità degli spermatozoi si riduce molto intorno ai trentacinque anni. Certamente, all’inizio del nuovo millennio, sembrava ci fosse stata una maggiore disponibilità dei giovani padri a collaborare ma poi, l’ondata di maschilismo cresciuta sempre più, in modo esponenziale, negli anni Venti, aveva invertito questo cambiamento, e quasi tutte le donne si erano ritrovate di nuovo sole a conciliare lavoro e cura, inclusa la gestione dei genitori anziani che, a causa delle bassissime pensioni, non potevano permettersi un aiuto domestico a pagamento. Però, anche se si era diffuso molto pure il pensiero che le donne dovessero smettere di lavorare fuori casa, loro non volevano rinunciarci pur dovendo accontentarsi di lavori precari e sottopagati e poi, con il costo della vita diventato così alto, uno stipendio non bastava, realizzando il paradosso di cui abbiamo parlato.

In quegli anni Giovanni ed Emma si erano conosciuti e innamorati quasi senza accorgersene. Erano coetanei, nati entrambi all’inizio del nuovo millennio, accolto ovunque con un entusiasmo che oggi sembra ingenuo. 

Dopo le due guerre mondiali e i decenni di ricostruzione e crescita economica, si era diffusa l’idea che il peggio fosse alle spalle, che il futuro avrebbe portato più pace, più collaborazione tra i popoli, più sviluppo. Le guerre non erano scomparse, né lo erano la fame o le migrazioni, ma si guardava avanti con una fiducia ostinata, come se fosse ormai acquisita.

Si erano conosciuti negli ultimi anni del liceo. All’inizio era stata un’amicizia intensa, fatta di discussioni interminabili e progetti condivisi, poi qualcosa aveva cominciato a spostarsi lentamente, senza una data precisa, fino a diventare innamoramento. Giovanni amava Emma per il suo entusiasmo contagioso, per l’allegria con cui affrontava le cose, per quell’ottimismo che non si vergognava di dichiarare. Condivideva senza esitazioni il suo femminismo, il modo in cui leggeva il mondo e le sue ingiustizie. Emma, da parte sua, ammirava l’intelligenza di Giovanni, il suo impegno civile, la sua capacità di prendere posizione. Ma soprattutto era convinta di aver trovato in lui il compagno giusto per costruire una famiglia paritaria, in cui gioie e responsabilità non fossero mai divise per genere.

Alla fine degli anni Venti erano andati a vivere insieme. All’inizio degli anni Trenta avevano deciso di sposarsi.

La situazione, intanto, stava cambiando. Sovranismo, razzismo, misoginia si diffondevano con una rapidità che li sorprendeva ogni volta. La crisi economica sembrava non avere fine, e il cambiamento climatico, ignorato per troppo tempo, cominciava a manifestarsi con una chiarezza inquietante. Nonostante tutto, però, entrambi lavoravano. Emma aveva una maggiore stabilità, grazie a un contratto a tempo indeterminato che almeno garantiva continuità. Giovanni, invece, lavorava come freelance, senza un reddito fisso, ma le sue inchieste, sempre lucide e puntuali, lasciavano intravedere prospettive promettenti, un futuro fatto di riconoscimenti e soddisfazioni professionali.

Con l’aiuto dei genitori di entrambi avevano acquistato una piccola villetta in periferia, con un giardino che sembrava fatto apposta per i giochi di bambini e bambine che ancora non c’erano. Lì immaginavano il loro futuro, semplice e condiviso.

Provavano rabbia per quello che stava accadendo, per l’ascesa dei governi sovranisti, per il clima sempre più ostile. Ma continuavano a far sentire la propria voce. Partecipavano alle manifestazioni, firmavano appelli, discutevano con chiunque fosse disposto ad ascoltare. Erano convinti che i segnali negativi avrebbero prima o poi prodotto una reazione, che l’astensionismo sarebbe diminuito, che le società occidentali avrebbero trovato la forza di cambiare direzione.

Qualche anno dopo, a metà degli anni Trenta, quando nacque Max, il loro primo figlio, quella fiducia era già più fragile.

E quando Max venne al mondo, accanto al reparto maternità dell’ospedale, esisteva già anche un reparto paternità.

Emma ricordava bene quel giorno, quale donna lo dimentica? Aveva smesso di guardare l’orologio da ore. Il tempo non le sembrava più qualcosa che scorresse in avanti: si dilatava, si spezzava, tornava indietro insieme alle contrazioni. Ogni volta pensava che quella fosse l’ultima, e ogni volta si sbagliava.

La stanza era troppo luminosa. Le pareti bianche riflettevano una luce fredda che non aveva nulla di accogliente. Aveva sempre immaginato il parto come un momento caotico, rumoroso, pieno di voci. Invece c’era un ordine quasi eccessivo, un silenzio interrotto solo dai passi del personale e dal rumore regolare delle macchine.

Giovanni era lì, accanto a lei. Gli stringeva la mano con forza. Le sembrava importante che anche lui sentisse qualcosa di fisico, qualcosa che lasciasse un segno.

Tra una contrazione e l’altra, Emma si era accorta del corridoio. La porta era socchiusa e, ogni volta che qualcuno passava, intravedeva l’insegna luminosa poco più in là. Non c’era scritto Maternità, come sulla porta accanto alla sua.

Ma più in fondo, su un’insegna identica per forma e colore, c’era un altro testo: Paternità.

Ne era a conoscenza, ma cercò di ignorarla. In quel momento aveva altro a cui pensare: il dolore, il respiro, il corpo che non le apparteneva più del tutto.

Eppure quella parola continuava a tornarle in mente. Aveva letto articoli, ascoltato dibattiti, seguito discussioni sempre più accese. Sapeva che si parlava di nuovi reparti, di sperimentazioni, di protocolli. Ma vederlo lì, scritto con la stessa grafica, la stessa sicurezza, le fece provare un fastidio difficile da definire.

Quando finalmente Max nacque, Emma pianse senza rendersene conto. Lo posarono sul suo petto per pochi istanti. Era caldo, vivo, pesante in un modo che le sembrò immediatamente giusto. Avrebbe voluto fermare quel momento, tenerlo lì più a lungo, come se potesse proteggerlo da tutto il resto.

Poi qualcuno lo portò via per i controlli. Rimasta sola per qualche minuto, Emma tornò a guardare verso il corridoio. La porta del reparto paternità era aperta. Intravide letti, macchinari, personale che si muoveva con la stessa efficienza vista nella sua stanza. Nessuno sembrava agitato. Nessuno sembrava sorpreso. Pensò che, se non fosse stata stanca, se non avesse avuto ancora il corpo che tremava, avrebbe chiesto spiegazioni. Pensò che lo avrebbe fatto più tardi, quando sarebbe stata più lucida. Ma, poiché aveva sempre letto il mondo con attenzione, capì che non si trattava di una spiegazione da chiedere. Era una realtà che stava semplicemente accadendo, e di cui tutto sommato era a conoscenza.

Emma chiuse gli occhi. Stringendo il vuoto dove, per un momento, c’era stato suo figlio, ebbe la sensazione netta che, qualcosa, fosse già stato portato via. Max sarebbe tornato presto tra le sue braccia, ma altre cose le stava perdendo. Le stavano perdendo.

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2 risposte a “Capitolo 1 Gli anni Trenta”

  1. Avatar La sacca – L A P I Z Z I C A L L A N T E

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  2. Avatar Capitolo 2 Dicembre 2040 – L A P I Z Z I C A L L A N T E

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