Ho appena letto su Repubblica un articolo del 26 ottobre dello scrittore e poeta Aurelio Picca su Filippo Turetta e sono rimasta sconcertata. Provo a spiegare perché e, poiché l’articolo è già di due giorni fa, penso di non fare una cosa tanto sbagliata nel copiarlo alla fine delle mie considerazioni.
Comincio dall’inizio:
Con tutto il rispetto per Maria Goretti non vedo proprio il nesso tra lei e Giulia Cecchettin. Credo che l’unica cosa che possano avere in comune sia l’essere state due donne ed essere entrambe state assassinate, giovanissime. Maria era una bambina povera, ignorante, malnutrita e malata di malaria, Giulia era una giovane donna sana, forte, libera, colta e determinata.
Mi considero non credente ma ho comunque molto rispetto per i santi e le sante e mi infastidisce alquanto che Aurelio Picca definisca ‘santarella’ Maria Goretti. È un modo di cominciare un articolo su un femminicidio proprio con il piede sbagliato. Santarelle, santarelline sono epiteti, con cui spesso vengono definite alcune ragazze, che proprio non vorrei sentire più, espressioni di quella cultura patriarcale che Picca mi pare negare. Anche perché indirettamente la definizione santarella potrebbe passare a Giulia (ma neanche mi sta bene che venga usata per Maria Goretti) e no, non ci sto. (Treccani: Ragazza o giovane donna che ostenta un’onestà e un’innocenza di comportamento e di pensieri che nella realtà non possiede). Non era santarellina Maria Goretti, né lo era Giulia Cecchettin per il semplice fatto che questo termine è retaggio di una cultura patriarcale in base alle quale le donne devono avere per forza pensieri innocenti, le donne vengono valutate in base alla loro onestà morale, le donne devono sia essere che apparire virtuose in base ad un modello di virtù che riteniamo già da alcuni decenni sia stato picconato ed abbattuto.
Seguono un paio di paragrafi dell’articolo assolutamente incomprensibili poi Picca entra nel merito e comincia col dire che Turetta era stato respinto da Giulia che voleva cambiare passo e vita. Che cosa intendete voi in questo passaggio su Giulia? Io niente di buono. Tanto più che subito dopo dice che Giulia era leggera e in quanto tale facilmente spiegava ciò che aveva dentro ma lui, Turetta, tira fuori i fantasmi e la uccide.
Già fin qui l’articolo da una parte inanella cose che non capiamo che senso abbiano e dall’altro dà un paio di definizioni di Giulia assolutamente non condivisibili e inutili.
Ma il peggio arriva quando tira fuori il matriarcato che è stato secondo lui più profondo e remoto del patriarcato (lo paragona al Gran Sasso, la montagna, a suo dire vera femmina… boh!). Tale potente e forte matriarcato, in cui per la verità io non mi era reso conto di vivere, sarebbe insopportabile per i poveri maschi che crescono sbandati, in crisi d’identità, senza autostima, senza capacità di costruirsi da sé, secondo Picca.
E continua dicendo che le donne hanno imparato a dire no ma gli uomini come Turetta no.
Segue poi un paragrafo che non capisco assolutamente: “Proprio perché le donne e femmine hanno una potenza già insuperabile forse si dovrebbe suggerire loro di restare ai soli e unici imprescindibili talenti che possiedono dalla notte dei tempi. In culla sono donne a cui manca la sola esperienza della vita” o forse non voglio capirlo perché temo quale possa essere il significato.
Ecco l’articolo:
Mi si perdoni se quando penso a Giulia Cecchettin mi torna in mente la santarella della mia infanzia: Marietta Goretti. Entrambe squarciate da lame. La prima da questo uomo in casacca convenzionale che ha deposto in aula e che si chiama Filippo Turetta, la seconda da un ragazzo un po’ tocco di nome Alessandro che fu stuprato per mare da pescatori feroci.
Il Turetta che parla nel microfono è immobile, usa una sintassi spezzata, tiene in piedi con gli stuzzicadenti una parvenza di lucidità. Indossa una di quelle felpe con cappuccio che io voglio stracciare e trovare subito un sarto pieno di difetti che mi taglia e cuce giacche. Mi si scusi la brutalità espressiva: noi senza il nostro nome non siamo niente. Si è dimenticato che il nome è tutto.
Turetta lo associo a un vecchio mignon di vetro scheggiato dagli ultrà e che, a decine e decine, venivano lanciati nella tribuna dei tifosi avversari. Turetta sembra un senza nome. Un maschio bianco che per sua propria impotenza si è raschiato di dosso una presunta virilità.
Quando Giulia era sparita tutti lo avvolgevano nella coperta calda della protezione. Invece lui era stato respinto perfino con squisita leggerezza da Giulia che voleva cambiare passo e vita, perché non sentiva più di procedere con Filippo.
Facile. Lei era leggera. Confessava di sé senza calcoli; anzi, ancora spiegava e spiegava ciò che aveva dentro. Lo faceva con umiltà e costanza e pazienza. Così lui tira fuori il vuoto colmo di fantasmi che in breve si trasformano in avvoltoi, cioè demoni. E colpisce la ragazza e si disfa di lei come fosse immondizia. Nessun giudizio; nessun moralismo. Ma ogni cosa è chiara.
Si è molto parlato di patriarcato e della sua perpetua violenza. Intanto si è andato dimenticando che il matriarcato è stato più profondo e remoto del primo, e affonda in un remotissimo che oggi pare riemergere come la orizzontalità della montagna del Gran Sasso: vera femmina.
Questa potenza è tale da rendersi insopportabile soprattutto per i maschi scheggiati come vetri. Suddetti maschi crescono a nazioni. Paiono i nuovi sbandati e miserabili delle nostre città. Sono ormai privi di autostima, di capacità nel costruirsi da sé.
Mentre le donne, anche se in una dicotomia sempre più identica a una forbice divaricata, cavalcano ciò che resta della modernità. In sostanza le donne hanno imparato (forse da sempre) a dire no. Gli uomini non sanno farlo. Cadono nella loro stessa fossa. Turetta è uno di quei tipi che a trenta anni chiamano ragazzino, a quaranta giovane, a cinquanta senza aggettivo.
Proprio perché le donne e femmine hanno una potenza già insuperabile forse si dovrebbe suggerire loro di restare ai soli e unici imprescindibili talenti che possiedono dalla notte dei tempi. In culla sono donne a cui manca la sola esperienza della vita.
I maschi sono bebè nel caos dell’essere in vita. Devono imparare ogni cosa. Le donne che si incontrano, pur non conoscendosi, sanno sempre di che parlare fra loro: il corpo. Possono essere ricche o povere, disperate o felici, si parlano. Parlano del corpo. I maschi che si incrociano, invece, giovani e vecchi, poracci e in giacca e cravatta, se non discutono di pallone sono fregati: si sfidano in cagnesco. Bisogna riflettere.
Turetta, nella sua deposizione, si scusa a testa bassa, ma in realtà vuole essere scusato. È nella confusione di quando si scopre che la strada imboccata non ha uscite. Siamo stati gentili anche noi.
Non capisco poi quando parla di felpe e giacche, cosa c’entri il nome senza cui non siamo niente, a cosa si riferisca con mignon di vetro scheggiato o quando dice che le donne dovrebbero restare ai soli e unici imprescindibili talenti che possiedono dalla notte dei tempi. Le donne sono potenti, i maschi bebè. Forse vuole alludere, e sarebbe giusto, all’educazione che stereotipizza anche i maschi? Se sì, devo dire che lo fa in modo molto confuso.
Finito l’articolo di Picca, chiudo il mio dicendo che quest’articolo non mi piace per i motivi che di cui ho parlato ma che lo trovo molto pericoloso visto che già in questi giorni sui social post orribili di difesa di Turetta, post in cui si dice che noi femministe ce la prendiamo con lui perché italiano, ridicoli meme in cui si nega addirittura la sua esistenza (un po’ come si nega l’allunaggio) portando come prova le sie diverse espressioni nelle foto che circolano.
La verità è che agli uomini come Picca la libertà delle donne dà fastidio. Così come dà fastidio agli uomini come Filippo Turetta e io non voglio essere gentile con lui.

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