Come tante persone anche a me la tragedia di Satnam Singh ha colpito moltissimo anche perché di uomini con il cognome Singh ne ho conosciuti tanti. Così come ho conosciuto le loro mogli e figlie (che però di cognome non fanno Singh ma questo è un altro discorso). Sin da quando, con il pensionamento avvenuto circa 20 anni fa del collaboratore storico dell’azienda agricola di famiglia, abbiamo cominciato ad avere collaboratori di nazionalità indiana. Ricordo quando il primo di loro andò in India a sposarsi e dopo qualche mese arrivò in Italia la sua bella e giovane moglie, incinta, che non parlava una parola di italiano e io riuscii a farle una specie di corso di preparazione al parto scaricando da Internet dei testi in inglese, lingua che lei per fortuna conosceva, meglio di me. Ricordo anche la notte che passai in maternità in attesa che nascesse il suo bambino, vigilando, anche perché avevo sentito dire che si facevano più cesarei alle donne immigrate.
Mangiando chapati e bevendo quel meraviglioso tè bollente al latte gradevolissimo ed energizzante anche con 40° mi sono avvicinata alla loro cultura soprattutto attraverso le donne, mentre mio marito lavorava con i loro padri e mariti. Vivevano e vivono nella nostra azienda agricola, pagati bene, in una casa molto confortevole, ben riscaldata d’inverno e rinfrescata dall’aria condizionata d’estate.
Perché sto raccontando tutto questo? Perché credo che abbiamo anche bisogno di storie positive, abbiamo bisogno di raccontare il rispetto verso persone che svolgono lavori che nessun italiano vuole svolgere, abbiamo bisogno di raccontare che non tutti gli agricoltori sono sfruttatori (e forse a ben guardare c’è anche una coincidenza nelle scelte politiche di chi non sfrutta i lavoratori perché se credi veramente nel rispetto della dignità umana poi quel rispetto lo pratichi quotidianamente), che le difficoltà che attraversa il nostro settore a tanti di noi non fanno certamente pensare che la soluzione sia lo sfruttamento oppure la mancanza di umanità.
E allora ho deciso di condividere questa pagella della giovane quindicenne che ha frequentato il secondo anno di liceo linguistico, figlia dell’attuale collaboratore di mio marito. Una ragazza bella e intelligentissima che sogna di diventare dottoressa e che sono sicura che ci riuscirà anche perché vive in una famiglia dove nessuno è sfruttato, dove si vive in modo più che dignitoso del proprio lavoro, in una comoda casa, calda d’inverno e fresca d’estate (nonostante il costo che ciò comporta). E quando l’inverno mi alzo all’alba per andare a prenderla in campagna e portarla a scuola in città nei giorni in cui il papà non può farlo, essendo impegnato con mio marito a seminare il grano, sono felice perché forse sto dando anche io il mio contributo perché possa raggiungere il suo traguardo senza perdere neanche un giorno di scuola perché per lei sarebbe una tragedia perderlo!
E quindi sono fiera della sua pagella.

Farsi due domande è obbligatorio; prima di accusare di sfruttamento intere categorie, forse bisogna riflettere sul fatto che chi sfrutta non lo fa perché è agricoltore o imprenditore ma lo fa perché ha una mentalità razzista e discriminante che si sta diffondendo sempre di più, che è sdoganata dalle frasette della PdC (poveri cristi seh…). Sarebbe utile guardare l’inchiesta di fanpage per capire dove e come nasce il razzismo e la crudeltà verso gli altri. Perché qui di crudeltà si tratta, di considerare gli altri inferiori, di considerarli peggio che animali. Si va ben oltre il caporalato, che comunque per carità è un fenomeno grave e da contrastare, ma qui siamo a livello del politico che evoca i forni crematori per le persone LGBT, con la differenza che però anche i più razzisti pensano che il lavoro degli immigrati sia necessario e quindi per loro non forni crematori ma trattamenti come quello riservato a Satnam Singh.
Come si fa con i cavalli, quando si azzoppano vengono uccisi.

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