C’era una volta…

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Da due giorni si discute di tre spezzoni di frasi da un monologo che Paola Cortellesi ha tenuto alla Luiss qualche giorno fa. Straordinariamente non mi risulta che sia uscito un video da cui si comprenda il contesto di quelle frasi.

Ma a parte questo, è forse la prima volta che qualche persona, nota o ignota, gioca a cambiar le fiabe? Certo che no, forse però è la prima volta che lo fa una donna il cui film è stato il più visto del 2023 pur essendo uscito a ottobre!

Ho ripreso in mano ieri il bellissimo libro di Angela Articoni La sua barba non è poi così blu… in cui la cara e compianta amica autrice esamina tutta la genesi della celebre fiaba da Charles Perrault in poi, i personaggi reali che l’hanno ispirata, le molteplici riscritture (dai Grimm a Calvino, da Angela Carter a Amèlie Nothomb) e le trasposizioni nel cinema e anche nei videogiochi.

Scrive Angela della riscrittura di Carter di Barbablu: “una madre che sovverte l’establishment della fiaba: donne che aiutano le donne, donne che riescono a salvarsi senza l’aiuto degli uomini, che si contrappongono alla loro forza e virilità, e vincono“. E scrive di Angela Carter “una scrittrice considerata marginale, ora la più studiata nelle università inglesi“.

Seguendo le indicazioni di Rodari sul giocare con le fiabe e i loro finali anche io ho pubblicato un libro La grammatica la fa… la differenza, all’interno del quale con il racconto di Luisa Staffieri e la filastrocca di Flavia Rampichini abbiamo giocato con i finali delle fiabe.

D’altra parte, leggiamo su Treccani: La favola è di regola scritta da un autore, ha per protagonisti animali e alla fine contiene una morale con la quale si vuole insegnare un comportamento o condannare un vizio umano. La fiaba invece ha origini popolari antichissime, risale addirittura alla preistoria, e non ha una morale. E quando ha un autore è perché c’è stato uno scrittore che se l’è fatta raccontare e poi l’ha trascritta, ma il creatore della fiaba rimarrà sempre ignoto.

Perché dunque appare così scandaloso, anche per chi è nel mondo della letteratura per l’infanzia, giocare con le fiabe? Persino Bruno Munari si è cimentato in Cappuccetto verde, Cappuccetto Giallo e Cappuccetto Bianco, tra le più note ad apprezzate tra le tante riletture e riscritture di Cappuccetto Rosso.

E poi a raccontare e cambiare le favole è arrivata la Disney, con film a volte più fedeli ad una delle tante versioni, altre meno e con risultati che hanno lasciato più o meno gradimento nel pubblico, sia di quello infantile sia di quello adulto e “professionale”. Alcune persone conoscono le fiabe classiche solo attraverso il film Disney. Ma è importante, visto che quei film sono entrati prepotentemente a far parte del nostro immaginario? Ha senso dire che non è quella la versione originale?

Dunque, le fiabe si toccano eccome, si sono sempre toccate, smontate, riscritte, piegate alla morale e al contesto dei propri tempi e allora cosa c’è che non va se a farlo è Cortellesi? Lascio aperta la risposta a questa domanda ma ne faccio un’altra: è così importante, visto che non esiste una unica Biancaneve o una unica Cenerentola, stabilire se il commento è relativo ad una ipotetica versione originale visto che le versione originale non si sa neanche quale sia? Quello che è certo è che esiste un immaginario creato da quelle fiabe, che ha una origine complessa, intricata e che in qualche modo influenza chi le legge o ascolta o vede, in qualsiasi versione.

Ogni riscrittura di una fiaba rappresenta la sua epoca ed esprime valori e pensieri di quell’epoca. Come la letteratura, come il cinema, come la musica o ogni arte. Non chiamiamolo sessismo, chiamiamola diversa cultura che di certo però ha una influenza sulla formazione di bambini e bambine. Dunque cosa ci impedisce di commentare e, volendo, criticare sia le versioni originali che le trasposizioni? La paura della cancel culture è tale che pare non si possa più criticare tutto quello che appartiene al passato. Eppure quanto appartiene al passato ha avuto conseguenze sul presente. Anzi, ha formato il presente. E non si tratta di cancellare, ma di rileggere con occhi diversi.

Ritorno ad Angela Articoni, che così racconta la riscrittura di Barbablu di Amèlie Nothomb: ”Da adolescente rilegge il racconto di Perrault e si indigna con quelle stupide donne che non rispettano i segreti e i divieti del marito: anche lei avrebbe ucciso tutte quelle ‘sceme’ se avessero violato i suoi segreti. Decide, quindi, che la sua protagonista sarà intelligente, istruita, autonoma, furba, rispettosa dei segreti altrui e, soprattutto, insensibile, almeno per un po’, al fascino maschile.

Nel momento in cui desideriamo che le ragazze non debbano sentirsi colpevoli se i lupi le aggrediscono, perché sono i lupi ad essere colpevoli, non credo sia importante conoscere tutte le versioni originali (fermo restando che non sappiamo quale sia la vera versione originale) ma è importante contrastare il messaggio errato che ha fatto presa nel nostro immaginario, cioè che Cappuccetto è colpevole perché non ha rispettato le regole di sicurezza (tanti purtroppo pensano che le ragazze “se la vanno a cercare”) mentre il colpevole vero è il suo predatore. Cosa che ha fatto stupendamente Bruno Munari!

E mi fa specie che proprio nel mondo della letteratura per l’infanzia che ama Rodari e Munari si faccia fatica ad accettare le provocazioni di Cortellesi. O proprio nel mondo del femminismo si dimentichi il lavoro di Angela Carter!

Perché quelle di Cortellesi sono provocazioni, semplici, ma che ci aiutano a riflettere su quanto il nostro immaginario sia stato influenzato. Avevo pochi anni quando anche io mi chiesi perché il Principe non potesse riconoscere dal viso Cenerentola ma avesse bisogno di provarle la scarpetta e non è importante se mi fosse stato o meno spiegato il significato simbolico della scarpetta e quali versioni della fiaba mi fossero state lette o quale film avessi visto. Invece è importante che il mio immaginario di bambina maturasse l’idea che per il Principe non fosse importante la persona Cenerentola ma che lo fosse la calzata del suo piedino!

Questo non vuol dire che sia necessario cancellare ma semplicemente contestualizzare, discutere, magari giocare a riscrivere, perché aiuta a riflettere. (Anche le carte di Propp sono un magnifico strumento per giocare a riscrivere le fiabe, usatissimo!). E non vedo nulla di male che lo faccia con il suo tono ironico Paola Cortellesi, che peraltro non ha detto nulla di nuovo perché queste riflessioni ci sono sempre state, così come non disse nulla di nuovo nel suo monologo, diventato notissimo, del 2018 sulle differenze di significato che alcune espressioni assumono, al maschile e al femminile. Cose su cui da tempo riflettevamo noi appassionate della comunicazione non sessista, ma che abbiamo comunque apprezzato il suo monologo perché ha avuto la forza di rendere potenti le nostre riflessioni. Perché questo è il ruolo di chi ha la forza mediatica: condividere.

Nelle fiabe non ci sarà stata l’ansia di rappresentare i ruoli di genere (come ha detto Pellai in un articolo di questi giorni) ma di fatto trasmettono una lettura dei ruoli di genere che era quella condivisa quando le fiabe sono nate. Non voglio certo negare che Pellai abbia torto quando dice che nelle fiabe c’è la messa in scena di paure ancestrali, c’è la lotta del bene contro il male ma tutto ciò viene fatto attraverso delle lenti di genere che raccontavano una certa visione dei ruoli di genere. Poi Pellai si chiede perché non riflettere invece sulla bruttezza di certi testi musicali, peccando ahimè del solito benaltrismo. Perché dobbiamo scegliere, non possiamo riflettere sugli stereotipi tramandati dalle fiabe sempre attualissimi oltre che su tutto il resto delle rappresentazioni?

La nostra lettura, contemporanea, semplicemente ci fa notare delle cose che in qualche modo hanno avuto conseguenze sul nostro immaginario.

Dunque grazie ancora a Paola Cortellesi!

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