Quante “ricette” contro la violenza!

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Lo sappiamo, se gioca la Nazionale di calcio tutti diventano allenatori, se scoppia una pandemia tutti diventano virologi e naturalmente, quando un femminicidio ci sconvolge, tutti e tutte diventano persone esperte di violenza contro le donne!

Non mi ritengo un’esperta ma sul tema della violenza ci ho lavorato per molti anni, ho collaborato alla realizzazione di strumenti vari, ho parlato nelle scuole con ragazzi e ragazze di ogni età, ho raccolto testimonianze, ho potuto usufruire delle competenze di operatrici dei Centri Anti Violenza, avvocate, magistrate e magistrati e in questi anni ho sviluppato una qualche competenza sul tema.

Capisco che la rabbia e il dolore portino a tentare di dare delle spiegazioni e offrire delle soluzioni ma credo che un minimo di conoscenza dei fatti un pochino più approfondita sia utile prima di formulare ricette!

Ecco alcune cose sentite ieri, oltre a tante opinioni competenti ed importanti:

  • La violenza è nel DNA. Dunque l’educazione non ha nessun valore? I messaggi che riceviamo in famiglia, nei gruppi di coetanei, dai media sono tutti neutri? Il sessismo “educante” è neutro?
  • Chi commette violenza ha problemi psichici. No, i violenti e i femminicidi sono uomini sani, non vanno curati ma andavano e vanno educati. Che poi si voglia trovare l’alibi dell’infermità mentale è un’altra cosa.
  • L’educazione a scuola non serve perché bisogna che se ne occupino le famiglie. Le famiglie, quando sono disfunzionali, non solo non servono a prevenire ma sono gli incubatori della violenza.
  • Non occorre insegnare a scuola l’affettività. Non solo occorre ma è necessario proprio perché la scuola può raggiungere coloro che vivono in famiglie dove la violenza ma anche solo il sessismo sono pratiche quotidiana.
  • La colpa è delle madri che educano male i figli. Indubbiamente le famiglie disfunzionali educano male ma perché non si parla delle colpe dei padri, il cui intervento su questo tema è ben più importante?
  • Chi commette violenza è stato colto da raptus. Basta con questo raptus quando poi scopriamo che c’erano stati segnali, che ci sono gli indicatori della premeditazione, che le donne avevano addirittura già denunciato.
  • Basta con la parola femminicidio. Ma basta no! La parola femminicidio è importantissima perché definisce la violenza contro una donna in quanto donna e quindi definisce la matrice del delitto.
  • Basta dare indicazioni alle ragazze e alla donne perché le colpevolizziamo. Colpevolizzare è una cosa ma spiegare quali sono i campanelli d’allarme di un rapporto violento bisogna farlo. Ci sono ragazze che considerano il controllo una forma di amore, che sono felici di vestirsi come dice lui, che possono mettere il rossetto solo se escono con lui, che non escono con le amiche perché lui non vuole, che gli mostrano il conta passi del cellulare per dimostrargli che non sono uscite, che gli permettono di attivare la funzione Dove sei sul cellulare. Noi abbiamo il dovere di spigare loro che questi sono comportamenti violenti, che preludono ad altri.
  • La violenza è violenza, va combattuta a prescindere, i delitti contro gli uomini sono anche di più. No, i delitti contro gli uomini saranno anche tanti ma maturano nell’ambito di ambienti criminali. Loro sì che se la sono andata a cercare. La violenza contro le donne matura per cause ben precise e molto diverse.
  • Dobbiamo coinvolgere gli uomini. E sarebbe anche giustissimo che gli uomini prendano finalmente una posizione impegnata e decisa. Ma deve partire da loro, non siamo noi donne a doverli convincere a farlo.
  • Ci vuole la castrazione. Sapete che la castrazione chimica si annulla con un viagra? E comunque l’impotenza sessuale non impedisce la violenza fisica. Anzi forse la potenzia.
  • Ci vogliono leggi più severe. La giusta pena è necessaria ma io penso che la pena severa non serva a prevenire. E comunque deve essere prioritario lavorare perché il delitto non avvenga.
  • Ci vuole la pena di morte. E su questo non trovo neanche necessario sprecare parole.

E poi c’è la banalizzazione, operata con frasi tipo: “ora sei un fiore che germoglierà nei nostri cuori”, “vola alto piccola con la coroncina di alloro della tua laurea,verso il paradiso, verso la tua mamma e sarai felice”, “felice come un angelo del paradiso” che sminuisce, normalizza, spegne l’indignazione.

O la banalizzazione attuata con tante iniziative da 25 novembre, quando non è vera e propria cattiva comunicazione perché realizzata senza competenze.

O ci sono le donne morte che parlano. Basta anche a questo tipo di comunicazione che passa un messaggio di accettazione, di ineluttabilità. Abbiamo bisogni di voci di donne determinate, autorevoli, vive!

Bene che tutti esprimano rabbia, dolore, angoscia ma anche speranza e fiducia in possibili strumenti. Ma è necessaria anche un po’ di fiducia in chi ha competenza.

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