Poco fa mi è capitato di fare una ricerca su Google con chiave 25 novembre per ritrovare qualcosa che mi interessava e mi sono imbattuta nell’ennesima locandina di evento per contrastare la violenza contro le donne che però rappresenta la violenza. Si sono ispirati all’arte: Monna Lisa, La ragazza con l’orecchino di perla, la Primavera e altre, tutte con gli occhi neri! E non solo, la locandina parla di installazioni sparse per il paese (Calco, in provincia di Lecco) immagino nello stesso stile delle immagini della locandina.

Pensavo che questa ossessione di promuovere gli incontri contro la violenza rappresentando la violenza fosse finita, e invece no, c’è ancora chi non lo capisce. Però è diminuita, ed è già importante. Qualche anno fa in questi giorni era impossibile trovare un manifesto una locandina che ne fosse esente.
A prescindere dal singolo caso, sono stati fatti passi avanti. Ricordate la campagna manifesti e video di qualche anno fa promossa dalla Regione Campania: “Amore ma se mi uccidi dopo chi picchi?”.

- la parola “amore” associata al riferimento ad un compagno violento;
- l’idea della rassegnazione che porta ad accettare il male minore (picchiare invece di essere uccisa);
- la banalità della frase (peraltro decontestualizzata) secondo cui la violenza sarebbe “rifugio di incapaci”. Una frase banale, che non ha una specificità sulla violenza maschile sulle donne, che niente ha a che fare con un invito all’azione positiva, all’autodeterminazione, alla presa di coscienza. Una frase che può andar bene per ogni occasione,
- una presunta ironia completamente fuori luogo. Si sta parlando di qualcosa di molto serio;
- rende accettabile la violenza se entro certi limiti.
Queste rappresentazioni trasmettono l’idea di una donna che subisce, che non sa reagire e/o non conosce il modo di farlo. Inoltre queste rappresentazioni, per quanto suscitino sgomento, riconducono le donne nel quadro rappresentato dal quel manifesto (o immagine, o spot) impedendo loro di uscire da quella cornice, confermando lo stato d’impotenza e il senso di debolezza. Passano l’idea che la violenza non sia evitabile. Ancora, non parlano di altri tipi di violenza: economica, verbale, psicologica.
Capita anche di vedere manifesti in cui la donna con il volto livido accampa scuse per quel livido, non ha la forza di dire la verità. Come possono mai incoraggiare una donna che a sua volta scusa e difende il suo offender, non ha la forza di ribellarsi e chiedere aiuto?
Siamo consapevoli che vedere la violenza non sia utile, che bambini e bambine non dovrebbero vedere film violenti perché trasmettono violenza e poi mostriamo, con il rischio di normalizzarla, la violenza contro le donne.
Non si combatte la violenza mostrando violenza.
Attenzione, spoiler su C’è ancora domani.
Parlando di come si può contrastare la violenza contro le donne senza mostrarla viene naturale commentare alcune scene del film di Cortellesi, C’è ancora domani, in riferimento alle quali ho letto delle critiche. Non andate avanti con la lettura se non avete ancora visto il film e non desiderate anticipazioni.
La regista ha pensato di mostrarci le scene di violenza fisica subita dalla protagonista, Marcella, come se fossero una macabra danza. Io ho trovato l’idea geniale. La violenza si intuisce, si vede senza vederla, le scene fanno altrettanto male ma nello stesso tempo si evita l’inutile rappresentazione. Lo stesso risultato lo si raggiunge in altre scene, quando i figli e la figlia si allontanano perché sanno bene quel che sta per succedere.
Ho letto qualche commento di chi pensa che la regista abbia macchiettizzato la violenza, o chi ritiene che è nel suo ruolo di attrice di commedia trasformare la violenza in scene leggere. No, non sono macchiette, non sono scene leggere ma Cortellesi ha ben compreso che non si combatte la violenza mostrando violenza ma allo stesso tempo sono scene che fanno altrettanto male nella loro normalizzazione e nel mostrare quello che invece dovrebbe essere la normalità di una coppia: danzare insieme. Nessuno ha riso vedendo quelle scene, noi donne siamo rimaste impietrite, e credo anche gli uomini.

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