Difficile raccontare un film senza fare anticipazioni e in questo caso è assolutamente necessario non farne perché il finale è sorprendente, anche per chi qualcosa l’aveva intuito. Ma intuirlo del tutto non era facile perché la grandezza della sceneggiatura è stata proprio nell’ingannarci un po’, nel portarci un po’ fuori strada volutamente senza però barare!
Paola Cortellesi è bravissima e il film è assolutamente perfetto, non mi sento di fare nessuna critica, neanche minima. È un film che andrebbe fatto vedere nelle scuole, tutte. Ci pensi il ministro all’Istruzione, se vuole realmente fare qualcosa sul tema del contrasto alla violenza contro le donne, come aveva detto quest’estate.
Nonostante sia bellissimo e a tratti anche divertente però è anche un film doloroso, e su questo qualcosa posso dirla perché che Delia, la protagonista, sia vittima di un marito manesco non è un segreto. Doloroso perché ogni schiaffo che prende Delia me lo sento addosso, perché la violenza contro le donne, che sia lo schiaffo del 1946 o il femminicidio di oggi in Italia o il massacro di una giovane iraniana che protesta mi offende ma anche mi umilia, per qualche secondo mi porta ad abbassare la testa, non in segno di remissione ma di umiliazione. Doloroso perché se ne nel 1946 umiliare le donne era la norma oggi qualcosa è cambiato ma non c’è consapevolezza di quello che non è cambiato.
Ed è doloroso pensare che le donne che nel 1946 andarono a votare, con il rossetto, il vestito buono e il sorriso smagliante certo non avrebbero immagino che nel 2022 la prima Presidente del Consiglio avrebbe rinnegato il suo essere donna a cominciare dal modo in cui vuole essere chiamata per finire con le reali politiche per le donne che stanno emergendo nella legge di bilancio.
Viva Cortellesi, viva Delia e tutte le altre straordinarie donne del film! E un applauso anche al bravissimo Mastrandrea.
Aggiungo una considerazione che in parte contiene spoiler:
Il camuffare la violenza invece mi è piaciuto tanto mostrarla sarebbe stato inutile. Per dire, detesto quei manifesti ‘pubblicità progresso’ con donne sanguinanti e tumefatte. Non serve mostrare la violenza per insegnare a non subirla, è un monito che ho sempre portato con me anche negli incontri nelle scuole. Non serve mostrare la violenza per combatterla ma serve far capire che esiste.

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